Libri

“Non disturbare”

61saWaLAovL._SX343_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Sono in pausa pranzo. Ho davanti ai miei occhi un piatto di prosciutto crudo e mozzarella di bufala. Non che sia importante per il racconto cosa stia mangiando ma serve solo a descrivere la scena. C’è anche un bicchiere di vino rosso, un calice per l’esattezza. La cameriera conosce il mio amore per gli alcolici e me lo ha riempito così tanto che è parecchio pesante. È tardi per mangiare, o almeno per i canoni di Torino, forse per Roma sarebbe presto ma siamo nel capoluogo del Piemonte e non nella capitale d’Italia, quindi è tardi. La coppia seduta al mio fianco è molto affiatata, si tengono per mano e si guardano negli occhi come due che hanno scopato la sera prima, oppure poco fa. Ma non glielo chiedo perché non è educazione. C’è un’altra coppia, lui anziano con capelli e baffi bianchi e una tosse catarrosa che non è il massimo durante i pasti, lei capelli bianchi raccolti in una coda di cavallo, loro non scoperanno dal 1987. Ma non lo domando neanche a loro. Litigano su tutto, a lei non va bene nulla di quello che fa lui e lui tra un colpo di tosse e l’altro cerca solo di sopravvivere. Parlano in piemontese stretto. Lui vuole andarsene da quando è entrato, lei no. Arriva anche un cane che mi guarda con occhi simpatici ma non mi dice nulla, tra l’altro i cani non sanno parlare. Tranne Pippo e qualcun altro. Ma questo non è Pippo, non conosco il suo nome e lui non me lo dice. Ho finito di mangiare. Ordino un caffè. Lo bevo, pago e me ne vado. Fuori piove a dirotto e non c’è neppure un cane con cui parlare.

Non disturbare, Claudio Marinaccio, Miraggi. Chi è uno scrittore? Con ogni probabilità ciascuno di noi ha la sua personale risposta a questa domanda, ammesso e non concesso che se la sia mai posta. Uno scrittore è qualcuno capace di raccontare, di parlare, di entrare in confidenza con te che sei dall’altra parte del libro e di portarti a fare un giro. Una passeggiata, come due vecchi amici. Ti prende per mano, o sottobraccio, e ti sembra sempre che dica di te anche quando narra di cose che non conosci, e che con te non c’entrano niente. Soprattutto, sembra sempre che ti ascolti, che abbia le parole giuste al momento giusto, che sappia dire esattamente quello che vorresti dire in quel preciso istante, in quella determinata situazione, che ti si palesa dinnanzi sorprendente come una piantina che spunta nell’asfalto, e tu ti chiedi come possa fiorire, visto che terra non pare esserci, mentre stai correndo chissà dove, dato che la vita, e ormai sempre più, sembra essere diventata spesso poco altro che non una frettolosa e continua maratona non per andare da A a B, ma per non ruzzolare all’indietro come quando sbagli passo sul tapis roulant della palestra, per non perdere il poco che hai, che ti sei guadagnato. Claudio Marinaccio è senza dubbio uno scrittore. Bravo, bravissimo. Perché ha il tocco dell’artista. Con pochi cenni riesce a tratteggiare ritratti di rara precisione: il contesto che racconta in questo diario illustrato è quello che appartiene a buona parte della nostra collettività, un mosaico di persone che ormai sembrano tutte essersi assuefatte alla constatazione che ciò che nasce come una scelta, ossia la volontà di comunicare, è ormai diventato un obbligo, per opporsi al quale può essere necessario persino un registro. I quotidiani assilli e la malinconia di chi cerca un angolo per sé, di chi non vuole né disturbare né essere disturbato, ma semplicemente poter guardare il mondo a modo suo, viverlo come meglio crede, con delicata e umana irriverenza e il tono dolcemente esilarante di un ironico e mai supponente cabaret, sono i protagonisti di questo discorso di limpida armonia composto di luminosi frammenti, fra satira ed elegia.

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