Libri

“Il cavaliere, la donna, il prete”

51w1Iik11FL._SX350_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Gli eruditi riuniti all’ombra delle cattedrali si prefiggevano di formare dei preti che diffondessero il verbo ma anche la grazia, e per il cui tramite necessario questo beneficio impalpabile scendesse dal cielo e si spandesse fra gli uomini. I maestri trovavano la parola sacramentum nei libri di cui le biblioteche episcopali si erano riempite con la rinascita carolingia. Sant’Agostino parla del «sacramento delle nozze» e pone il «sacramento» fra i tre valori che fanno il buon matrimonio. «Ciò che è grande in Cristo e la Chiesa» egli scrive «è piccolo in ogni marito e moglie, ma è comunque il sacramento di un’unione inscindibile.» In realtà, già vago nel latino dei Padri, il significato di questa parola era diventato ancora più confuso nel pensiero selvaggio dell’alto Medioevo. Nel parlare comune, questo termine designava in primo luogo il semplice giuramento, il fatto di vincolarsi prendendo Dio a testimone e toccando un oggetto sacro, una croce o delle reliquie; e in quest’accezione la parola trovava posto naturalmente nel campo verbale dei riti matrimoniali. In maniera ancora più generale, si applicava a tutte le formule e i gesti con cui si benedicevano continuamente gli oggetti più svariati: si benediceva l’anello o il letto nuziale e la parola saliva spontanea alle labbra pregna del suo vago significato. Per sacramentum gli eruditi intendevano infine segno o simbolo, e per averlo ridotto a quest’unico significato a proposito della Scrittura Berengario, maestro della scuola di Tours, fu tacciato d’eresia verso la metà dell’xi secolo. L’ampio dibattito suscitato dalle sue tesi aveva appunto innescato nelle équipes intellettuali un lavoro di affinamento semantico che continuò attivamente. All’epoca in cui Ivo di Chartres riuniva le sue collezioni canoniche, la nozione di sacramento era tuttavia ancora fluida, e ci si chiedeva se al matrimonio fosse connessa più strettamente che, per esempio, al giuramento vassallatico. L’impressione tenace che il matrimonio fosse una questione carnale e perciò inevitabilmente colpevole impediva di fargli posto accanto al battesimo e all’eucarestia. Questa riluttanza si andò però disgregando man mano che si diffuse l’abitudine di trasferire davanti alla porta della chiesa e in presenza di un prete i riti di parole, di aliti spirituali e non carnali, che concludevano il patto coniugale, e man mano che si rafforzò l’ossatura giuridica.

Il cavaliere, la donna, il prete – Il matrimonio nella Francia feudale, Georges Duby, Il saggiatore. Traduzione di Silvia Brilli Cattarini. La scomunica in epoca medievale era un atto gravissimo. Si veniva esclusi dalla comunità dei buoni cristiani. Pertanto se a venire cacciato dall’assemblea dei credenti e dei timorati di Dio era un sovrano i suoi sudditi erano autorizzati a non obbedirgli più. Filippo è il primo monarca dei franchi occidentali a meritarsi questo provvedimento. Le accuse che gli vengono mosse sono terribili: adulterio, bigamia, incesto. Del resto lui è già sposato con Berta d’Olanda quando rapisce la quinta moglie del suo parente Folco il Rissoso, e la ricorrenza del secondo matrimonio cade proprio oggi, quindici di maggio, sant’Eutizio di Ferento, novecentoventicinque anni fa: era l’anno del Signore millenovantadue. Il pontefice non si fa scrupoli: più e più volte papa Urbano II non sente ragioni e stigmatizza con la massima pena il peccatore; il matrimonio, d’altro canto, di questi tempi, non è più una cerimonia laica in cui si gozzoviglia come se non ci fosse un domani, bensì diventa un sacramento, e uno strumento mediante il quale la Chiesa afferma, amplia e ribadisce il suo potere temporale. Georges Duby, scomparso oltre vent’anni fa, è stato uno dei massimi esperti della storia dell’Occidente, in particolare per quel che concerne i secoli che vanno dal decimo al tredicesimo, epoche nelle quali la struttura della società, imperniata su rapporti e giochi di potere intessuti attraverso non solo uno scaltro utilizzo della religione, ma anche reciprochi obblighi di servitù che vanno ben oltre l’elenco, sovente recitato quasi come se si trattasse di una filastrocca, di vassalli, valvassori, valvassini e quant’altro, economie chiuse e tese all’autosufficienza, credenze popolari e superstizioni, per molti versi (non a caso il medioevo, per la nascita degli stati nazionali, fu rivalutato dal romanticismo, in antitesi rispetto all’atteggiamento tenuto in merito alla speculazione su questo periodo portata avanti nel secolo dei lumi) è alla base della nostra contemporaneità: la sua opera è dotta, completa, chiara, semplice, profonda, con la stessa leggibilità di un romanzo. Da non perdere.

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