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“Ora pro loco”

ORA-PRO-LOCO-e1492160190273.jpgdi Gabriele Ottaviani

Fu bravissima, Titina Inganìa. Superò le fasi preliminari in tutta scioltezza e fu ammessa alla fase finale. Il bar sembrava una Curva Sud. Ondeggiava partecipe a ogni risposta esatta, esplodendo in applausi e schiamazzi fragorosi per ogni gradino superato. La cifra saliva, saliva, saliva e arrivò, incredibile, allo sproposito di 124.000 euro. E chi li aveva mai visti tutti quei soldi? Tutti rivolgevano sguardi d’ammirazione ad Agenore Contu, ormai tornato a far parte a pieno titolo alcolico della comunità Cannonau&Basta. Agenore gongolava, ritraendosi neghittoso e dicendo che Titina era già brava di suo e che lui l’aveva solo fatta ripassare. E arrivò il momento del domandone finale. Mentre si metteva le cuffie, il presentatore le disse che avrebbe avuto un minuto di tempo per le risposte e che il cronometro si sarebbe fermato ogni qualvolta lui le avesse fatto una serie di domande. Fu quella l’unica volta, in oltre cinquant’anni di storia, che nel bar dei Baccanti si udì il rumore del silenzio.

«È pronta, signorina Inganìa? Mi sente bene? Allora cominciamo.

Mi dica, in sequenza, i versi di questi animali».

La cicala? Frinisce

Il topo? Squittisce

L’alce? Bramisce

E la civetta? Coccoveggia

«Bravissima signorina. Continuiamo con la seconda serie».

La cavalletta? Zilla

Il furetto? Potpotta

Il pavone? Paupula

La volpe? Guaiola

La zebra? Sbuffa

«Meraviglioso signorina, bravissima. E quella a pois?».

«La zebra a pois me l’ha data tempo fa uno strano marajà vecchio amico di papà» rispose senza esitazione Titina. Risero tutti e il presentatore la rassicurò: «Era la domanda ironica questa! Ah ah ah, tanto per allegerire la tensione. Ora passiamo alla terza serie d’animali. Stia bene attenta e si concentri. Silenzio in studio, grazie!».

La scimmia? Farfuglia

Il pappagallo? Ciangotta

Il tacchino? Gloglotta

Il fringuello? Chioccola

La giraffa? Landisce

«Bon, très bon, superbe, mademoiselle Inganià!» esclamò estasiato il presentatore, facendo sfoggio di un ottimo accento francese.

«E ora, per 124.000 euro e il titolo di nuova campionessa, l’ultima sequenza. Ha trenta secondi di tempo, quindi ci pensi con calma e non sia precipitosa. Tutta la Sardegna la sta guardando…».

Il tordo? Zirla

La tortora? Gruga

Il coniglio? Ziga

Il geco? Schiocca

E il coccodrillo? ???

«Avanti signorina… il verso del coccodrillo. Ha ancora 15 secondi… ci pensi…».

Il coccodrillo? ???

Non rispondeva, Titina Inganìa. Forse pensava di nuovo a uno scherzo del presentatore. Tutto il bar di Samuele esplose in un coro infernale, quasi come se potesse sentire il suggerimento e le urla bestiali potessero arrivarle sotto forma di onde attraverso le parabole. Tutti sapevano la risposta ed erano sorpresi che Titina si fosse fatta prendere dal panico e non dicesse una parola.

Tic tac tic tac tic tac

Gli ultimi cinque secondi se n’erano andati tra le urla disumane al bar e il silenzio cimiteriale dello studio televisivo, quasi come se un regista beffardo avesse voluto portare sullo schermo il contrasto eterno tra cultura popolare e cultura dominante. Il presentatore non aveva parole. Disse, tristemente:

«Boh… signorina… avrebbe dovuto dire bohnon c’è nessuno che lo sa. Facile».

Era caduta sulla domanda più semplice, quella ironica, l’unica alla quale tutti, ma proprio tutti gli avventori avrebbero saputo rispondere, senza esitazioni. E a poco servì che Titina Inganìa, con un ultimo colpo d’orgoglio sardo dicesse, amareggiata: «Semmai, non c’è nessuno che lo sappia. Mi scusi, ma è congiuntivo».

Ora pro loco, Gesuino Némus, Elliot. Dopo I bambini sardi non piangono mai e La teologia del cinghiale torna negli scaffali delle librerie italiane Gesuino Némus, voce indubbiamente originale, piena, stentorea, solida, policroma, che riproduce il reale con accenti che sanno elevarsi fino a una dimensione onirica, attraverso una costruzione suadente e piacevolmente stimolante, perché insolita e impervia, brillante e intelligente, una prosa che giunge sempre inaspettata e sorprendente, che cattura l’attenzione del lettore cui richiede presenza e partecipazione. Telèvras è un luogo che rischia di non esistere più, ma su cui uno strano incidente d’auto e varie altre situazioni attirano l’attenzione: la commedia umana che si dipana nel territorio povero e desolato ha colori carnevaleschi, per merito di personaggi che sembrano usciti da un’antica e sapida farsa italica e muoversi in un costante e pertinace anacronismo, secondo ritmi tutti loro. Imperdibile.

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