dialettologia, le parole della domenica

“Branca”

903159820di Giuseppe Mario Tripodi

Branca, potenza, capacità di stringere e sollevare, come l’analoga voce latina brachium (braccio) e quelle romanze ad essa collegabili, risale al greco Brachys (greco calabro Vraconi) che come prefisso generò una famiglia di parole legate semanticamente alla ‘brevità’ (brachylogia, discorso breve, brachyfonia, voce debole, brachystomos, bocca piccola, brachyoneiros, sogno breve).

La parola calabrese, a differenza di quella originaria che evidentemente assumeva la ‘brevità’ dal paragone con lunghezze più grandi come fa il francese branche (ramo) rispetto all’albero, dimensiona il significato all’ordine prensile fondamentale che è la mano; donde il significato rafforzativo: omu di branca, uomo di forza eccezionale, comu branca capìu chi lu futtiva e apposta lu zaccagnàu, capì che come forza sarebbe stato soccombente perciò lo accoltellò.

Ma nell’altro significato esiste anche: quandu moru pigghiàti tutti sta branca di cazzu, quando muoio prendete tutti questo ramo di cazzo, cioè non prendete alcunché (discorso del vecchio maltrattato dagli eredi, analogo dell’espressione  romanesca v’attacchète ar cazzo, attàccati ar cazzo).

Esiste ovviamente il verbo mbrancari, abbrancare, cu tuttu voli nenti mbranca, nonché numerosi riferimenti onomastici: Branca, Brancato, Brancatisano, Brancatelli, etc.

Il calabrese ha un verbo vicino a mbrancari che è nguantari, analogo all’italiano agguantare, con significato analogo al tedesco greifen, afferrare, acciuffare, aderire, ma anche ‘fronteggiare una situazione difficile’: èramu in fallimentu ma nguantau la situazioni me figghiu e ndi sarvammu, stavamo per fallire ma ha preso in mano la situazione mio figlio e ci siamo salvati.

Si veda anche una filastrocca dedicata alla parabola, non solo erotica, della donna:

A vinti duna spinti

a trenta chinìa comu a na jumenta,

 a quaranta, quantu vidi tantu nguanta

a cinquanta a la trampa a la trampa

a sessanta la cresia santa

a settanta la morti no mmanca

dove, accanto alla bella onomatopea del secondo verso (Chiniari, nitrire d’amore come fanno le giumente ad inizio di ogni primavera), nel secondo rigo troviamo ‘nguanta’ nel significato di ‘fa l’amore con tutti quelli che si presentano davanti a lei’.

La donna di quarant’anni, che si trova in quella che gli antichi greci chiamavano l’acmè cioè il punto più alto della sua parabola di vita, agguanta quanti maschi le capitano a tiro e di ciò può essere orgogliosa, può menar vanto, così come l’ ‘omu di branca’ può essere orgoglioso della sua forza.

Così nell’espressione ‘a iddhu nci pariva chi potiva scherzari ma iddha lu nguantàu e no lu mollàu cchiù’, a lui sembrava che potesse scherzare ma lei lo ha agguantato e non lo ha più fatto scappare; diciamo quindi che,  mentre mbrancari significa acchiappare qualcuno a mezzo della forza bruta, nguantari implica un impadronirsene di qualcuno a mezzo dell’astuzia, quasi con ‘i guanti gialli’, avendogli prima lasciato credere che non sarebbe mai stato agguantato.

E infatti, a sponsali fatti il catturato dirà “Vantatindi!” alla moglie che lo imprigionato senza che lui si accorgesse, e lei risponderà: Si, mi la vantu!

Il dialogo immaginario è molto vicino alla genesi della parola ‘guanto’ per come è stata ricostruita da uno dei più originali linguisti europei: “La tradizione letteraria celtica … raffigura scene nelle quali i guerrieri, durante i banchetti e le libagioni che seguono … le battaglie, si vantano  delle proprie imprese e del proprio valore … un vero e proprio genere letterario: quello dei vanti. Nella società guerriera, il vanto assunse un vero e proprio statuto giuridico e sociale, poiché stabiliva le gerarchie all’interno del gruppo dei guerrieri, che venivano spesso decretate con le frequenti sfide a duello per sancire la superiorità di uno sull’altro. … la sfida a duello era decretata mediante il lancio di un guanto durante queste bevute collettive … Il ‘vanto’ e la sua dismisura  diventavano cioè effettivi, uscendo dall’ambito puramente verbale, quando erano accompagnati dal concreto lancio del ‘guanto’. E poiché il guanto  diventava in questo modo l’oggetto tangibile del vanto, cioè il vanto per eccellenza, si comprende perché la parola guanto, … nasce proprio da vanto”. (M. Alinei-F. Benozzo, Dizionario etimologico-semantico della lingua italiana, Bologna 2015, 118).

Il fonetismo relativo, con il passaggio da v(u)– a gu- (va-nto/gua-nto), ricorre, a parti invertite, anche nella parlata di Mèlito dove gue-rra diventa ve-rra riecheggiando l’inglese war.

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