Cinema, Intervista

Nico Bonomolo: una gita al faro

Confino di Nico Bonomolo Italia 2di Gabriele Ottaviani

Nico Bonomolo, unico italiano in concorso, presenta ad Animavì, festival del cinema d’animazione poetico, Confino. Convenzionali ha il grandissimo piacere di intervistarlo.

Com’è nata l’idea di Confino?

L’idea di Confino è nata, come sempre avviene per i miei lavori, da un’immagine: quella, nella fattispecie, di un faro. Mi hanno sempre affascinato questi avamposti della terraferma, che hanno resistito all’avanzare della tecnologia e che rappresentano il contatto con la terra per chi naviga. L’idea iniziale era quella di un uomo che ricordasse la propria vita salendo la scala del faro dove aveva sempre vissuto, isolato dal mondo. E da questa situazione di solitudine, il passaggio alla solitudine imposta del confino fascista è stato immediato.

Confino è la storia di un artista di ombre cinesi mandato al confino perché ha deriso Mussolini in uno spettacolo: che rapporto c’è fra arte e potere?

È un argomento molto complesso: esiste un’arte strettamente connessa al potere, che si nutre del potere e, per controprestazione, lo asseconda: si pensi alle committenze dello Stato pontificio o, facendo un esempio più attuale, allo stato dell’arte contemporanea, asservita ad un altro tipo di potere, ancora più deleterio, quello del denaro. E c’è un’arte che invece supera il potere, appartiene all’umanità a prescindere da chi detiene il potere e, anzi, lo contrasta, denunciandone le aberrazioni. Un po’ quel che succede al protagonista di Confino che combatte il regime autoritario con l’unico strumento che possiede, la sua arte, appunto.

Perché proprio le ombre cinesi, immateriali eppure capaci di riprodurre il reale?

La scelta delle ombre cinesi è stata una conseguenza logica dell’idea originaria: come si comunica da un faro, se non attraverso la luce che emana? Mi interessava, poi, rappresentare il rapporto inscindibile e necessario che sussiste tra la luce e l’ombra e, ancora, la loro familiarità con il cinema.

In che modo si parla oggi di fascismo in Italia?

Di fascismo in Italia si è sempre parlato: un’esperienza così devastante non si dimentica e non si può dimenticare. Oggi, a causa dello scenario internazionale che si sta presentando, è chiaro che se ne parla in modo più sentito, preoccupato. Fortunatamente è una storia non stroppo risalente e quindi rappresenta un monito contro certe derive, anche se, alcuni movimenti politici sembrano avere perduto la memoria.

Lei è laureato in giurisprudenza ma ha scelto di dedicarsi completamente all’arte: perché?

Perché a diciotto anni, quando ho iniziato l’università, ero una persona molto diversa da quella che poi ho scoperto (ammesso) di essere. Così dopo la laurea, con una buona dose di incoscienza, ho scelto di dedicarmi a quello che più mi piace fare, quello che sembra dia un senso alle mie giornate.

Cosa rappresenta il cinema d’animazione per lei?

Il cinema di animazione, che ho ‘conosciuto’ tardissimo (il primo lavoro, da autodidatta, l’ho realizzato a trentacinque anni di età), per me è uno strumento magico attraverso il quale posso raccontare una storia, suggerire un’idea. Ho sempre amato il cinema e quando ho sentito di volerlo in qualche modo fare, ho usato gli strumenti a me più congeniali: matite e colori invece che attori e cinepresa. E poi è una delle poche cose ancora capace di meravigliare: vedere muovere un disegno è pura magia, anche in un’epoca in cui la tecnologia ha raggiunto livelli incredibili.

Palermo e Bagheria, le sue due città: cosa simboleggiano?

In realtà non c’è una distinzione tra Palermo e Bagheria, sono così vicine che le vivo come un’unica realtà anche se preferisco stare a Bagheria, che è il posto dove sono cresciuto e dove vivo una dimensione più ristretta e, quindi, più adatta al mio lavoro.

Qual è il suo sogno nel cassetto? 

Oscar a parte, vivere un po’ meno precariamente.

Cosa sa del festival Animavì, che si terrà a Pergola (PU) dal 13 al 16 luglio, dove Confino è in concorso?

Avevo letto della sua fondazione perché seguivo il lavoro di Simone Massi. Quest’anno, chiusa la lavorazione di Confino, l’ho subito inserito nel database dei festival a cui presentare il film.

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