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“Storia del pianoforte”

419PuCiKkKL._SX357_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ciarlataneria, guitteria, teatralità della più bassa specie? Non giureremmo che Liszt non cercasse di mettere in piena evidenza, di esporre gestualmente, come un banditore, le novità della sua tecnica. È certamente possibile raggiungere una grandissima varietà timbrica mantenendo il corpo pressoché immobile, ma il movimento coordinato e differenziato del corpo favorisce altrettanto certamente la varietà del timbro: basti pensare da un lato alla quasi immobilità di Arturo Benedetti Michelangeli e, dall’altro, al frenetico movimento di Sviatoslav Richter (perlomeno del Richter 1960-1970). Liszt doveva essersi accorto che ad attaccare il tasto con le leve del sistema dito-mano-braccio disposte e mosse in modi diversi si poteva ottenere dal pianoforte del 1830 una inimmaginabile varietà di timbri e sfruttava questa sua scoperta per impostare un virtuosismo non più meccanico ma timbrico, sia pur evidenziandolo forse con una gestualità che confinava con la gesticolazione. Lo sfruttamento del virtuosismo avveniva con un impegno e con un’audacia che sfioravano l’acrobazia, che sbalordivano il nuovo pubblico delle sale di concerto e che giungevano fino a sfidare la vanità. Pare che Rossini, ascoltata la lisztiana trascrizione della sinfonia del Guglielmo Tell, dicesse: «È veramente molto, molto difficile. Peccato che non sia ineseguibile». Infatti non di rado si ha l’impressione che la difficoltà esecutiva cercata da Liszt non stia in rapporto con l’invenzione musicale. L’invenzione musicale non può però in realtà essere misurata solo sulla musica stampata: bisognerebbe sempre poter ascoltare il suono, così come bisogna ascoltare il suono della musica di Berlioz per darne un giudizio. Nel Liszt 1830-1845 si trovano passi che appaiono iperbolici o francamente ineseguibili. Eppure, quando si paragona ad esempio la variazione n. 9 dello Studio da Paganini n. 6 nella «impossibile» versione del 1838 e nella più ragionevole versione del 1852 si è indotti a credere che, se Liszt riusciva a eseguirla, la prima versione era molto più suggestiva…

Piero Rattalino, Storia del pianoforte – Lo strumento, la musica, gli interpreti, Il saggiatore. Ebony and ivory, la quintessenza dell’armonia. Ciò che appare inconciliabilmente diverso in realtà si amalgama, e dà vita alla bellezza. Alla melodia. Tutto inizia nella corte dei Medici con un sogno, un’utopia che si fa tecnologia e tecnica, artigianato e arte: dare voce al sentimento attraverso una tastiera. Qualcosa di meccanico, che in sé non ha proprio nulla di trascendente. Siamo alla fine del diciassettesimo secolo, e a Bartolomeo Cristofori viene in mente di fare in modo che le corde non siano più pizzicate come nel clavicembalo, bensì percosse con un martelletto. Una rivoluzione, senza se e senza ma: che però passa inizialmente inosservata. Finché, a partire da Mozart, il pianoforte non diviene lo strumento musicale per antonomasia. Il saggio, dettagliatissimo, realizzato con cura certosina, interessante, appassionante, raffinato, avvincente come un bel romanzo, un classico della storiografia musicale ora arricchito da una nuova postfazione, è un viaggio nel tempo, nello spazio e nell’immaginario collettivo di tutti noi. Da leggere.

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