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“Santo Genet”

51f-s4auC4L._SX338_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Genet si rende irreale, recita la parte di un falso Genet che si lasciasse ingannare dai propri fantasmi. Sa che sono niente, finge di credere che essi abbiano dell’essere. In pari tempo spera, o finge di sperare, che, in questo luogo strano in cui il traditore si cambia in Santa, in cui il niente diviene essere, in cui tutte le contraddizioni giungono a unità, questo nuovo conflitto tra credenza e consapevolezza riceverà una soluzione. Laggiù, altrove, la credenza si muta in consapevolezza, le immagini diventano vere, Genet si trova a essere il vero eroe di un’avventura regale: «Talvolta… ho creduto che bastasse un niente, uno spostamento leggero, impercettibile del piano sul quale vivo, perché quel mondo mi circondasse, fosse reale e realmente mio, che sarebbe bastato un lieve sforzo del mio pensiero per farmi scoprire le formule magiche che spalancano le chiuse» scrive in Notre-Dame des Fleurs. E nel Miracle de la Rose: «L’immaginazione mi circondò di una folla di avventure seducenti, destinate forse ad addolcire il mio incontro con il fondo di quel precipizio – perché io credevo che ci fosse un fondo, ma la disperazione non ne ha – e, via via che cadevo, la velocità di caduta accelerava la mia attività cerebrale, la mia instancabile immaginazione tesseva. Tesseva altre avventure e delle altre ancora, e sempre più rapidamente. Alla fine, trascinata, esaltata, dalla violenza, mi parve a più riprese che essa non fosse più l’immaginazione, ma un’altra, più elevata facoltà, una facoltà salvatrice. Tutte le avventure inventate e splendide, sempre più assumevano una sorta di consistenza nel mondo fisico. Appartenevano al mondo della materia, non qui tuttavia, ma presentivo che, in qualche luogo, esistessero. Non ero io che le vivevo: esse vivevano altrove e senza di me. Esaltata, in qualche modo, codesta nuova facoltà, sorta dall’immaginazione, ma più alta di essa, me le mostrava, me le preparava, le organizzava, tutte pronte a ricevermi. Bastava poco perché io abbandonassi l’avventura disastrosa che il mio corpo viveva, che abbandonassi il mio corpo (ho dunque avuto ragione di dire che la disperazione fa uscire da se stessi) e mi proiettassi in quelle altre avventure consolanti che si svolgevano parallelamente alla povera mia avventura. Sono io stato, grazie a una paura immensa, sulla via miracolosa dei segreti dell’India?».

Jean-Paul Sartre, Santo Genet – Commediante e martire, nuova edizione con prefazione di Francesco M. Cataluccio, traduzione di Corrado Pavolini, Il saggiatore. Forse in assoluto la parola che meglio lo descrive è ladro. Ma non vuol essere una offesa, per quanto macchiarsi di un furto non sia certo la più onorevole delle azioni. Del resto è stato lui a dire che anche se non son sempre belli, gli uomini votati al male possiedono le virtù virili. Sartre però fa un’esegesi, letteraria e psicologica, della sua figura così approfondita, attenta, onesta, obiettiva, benché niente affatto priva di sincera partecipazione emotiva, che fa comprendere realmente al lettore, trascinato dalla sua scrittura strapiena di riferimenti, rimandi, suggestioni, suoni, immagini, sensazioni, cosa ci sia dietro la sua inafferrabile natura, la sua individualità così ricca e contraddittoria, come in fondo quella di molti fra tutti gli esseri umani, se non proprio di ognuno. Perché Genet diviene paradigma della condizione umana generale. Genet è un bambino. Innocente ma già condannato, candido eppure perduto. È eternamente disincantato e disilluso, un angelo che si compiace di cadere, che trova nell’abiezione la via dell’ascesi. È un poeta. È uno scrittore. È un drammaturgo. È il creatore del mito omoerotico del marinaio. È un genio. Come Sartre. Un antieroe. Come Sartre. Un uomo fuori dagli schemi. Come Sartre. Uno scassinatore. Un soldato. Un peccatore. Un truffatore. Un millantatore. Un omosessuale. Un prostituto. Un galeotto. Un guitto. Un vagabondo. Un medicante. Un assassino. Un falso. Un falsario. Dove finisce l’arte, dove inizia la vita? Non si sa. È una domanda senza risposta. Eppure questo libro riesce a squadrare, con le sue parole, un animo informe e bellissimo, destabilizzante, fatto di fiori e di melma, di paccottiglia di preziosi, di carne, spirito e sangue. Da leggere.

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