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“Parole in gioco”

419RgkjW4-L._SY346_ (1).jpgdi Gabriele Ottaviani

Per riassumere, il piano semantico del gioco con le parole non è costituito semplicemente dal contenuto delle espressioni in gioco. Nel gioco questo può arrivare a essere del tutto convenzionale, come accade nei giochi enigmistici dove più che la sostanza del contenuto presente nelle isotopie testuali conta l’artificio che consente loro di convivere nella stessa superficie testuale. A essere in primo piano nei giochi risulta dunque l’ethos, ovvero l’effetto potenziale predisposto dal tipo di gioco e dal modo in cui è giocato. Una delle possibili traduzioni di ethos, oltre che “effetto”, è anche “carattere”. Lo stesso carattere di gioco è uno degli ethos innescati dal gioco (il gioco che trasmette sé stesso, il gioco potenzialmente virale, il gioco privo di fini che non siano la giocosità stessa). Un altro carattere del gioco linguistico in genere è la potenzialità giocosa (ma anche distruttiva della comunicazione) sempre latente nel linguaggio, il surplus di senso o al contrario la sterminazione del senso (Baudrillard, 1976) come ombre che accompagnano qualsiasi impiego positivo della significazione. Altre forme di ethos possono interessare i diversi giochi: il cruciverba come sfida nozionistica, il palindromo come linguaggio diabolico, la contrepèterie come oscenità latente…

Parole in gioco – per una semiotica del gioco linguistico, Stefano Bartezzaghi, Bompiani. I giochi di parole sono divertenti per definizione. Almeno, nell’opinione di chi scrive. Naturalmente è sempre possibile che ci sia chi li trovi a dir poco insopportabili, e non c’è nulla di male, anzi: maledetto il giorno in cui tutti la dovessero pensare allo stesso modo, sarebbe come se l’arcoblaeno si ritrovassse di punto in bianco ad avere un colore solo. Il beige, per giunta. Però di norma i giochi di parole fanno ridere. Stimolano e sfidano l’intelligenza. Intrigano. Creano un legame, un’intesa, una complicità fra le persone. Perché tutti comunichiamo. Siamo nati per vivere insieme gli uni con gli altri, animali sociali per antonomasia, anche se a volte fingiamo di dimenticarcelo. E del resto non esiste idioma e non c’è un tempo nella storia dell’umanità in cui non si sia giocato con le parole, quale che fosse il contesto all’interno del quale queste venivano adottate, religioso, filosofico, letterario. Tutti ci giocano: da chi magari non ha potuto studiare fino al più sapiente dei sapienti. Sono classici, sempiterni, popolari, sono ludi ed enigmi che sintetizzano anche per certi versi, e con rara compiutezza, il senso comune di un gruppo sociale, il suo immaginario collettivo, la sua memoria condivisa, combinazioni che hanno attraversato il tempo, mutando forma, adattandosi, di volta in volta, alla situazione, al mezzo, al destinatario, all’intento, ovverosia il fine, lo scopo, il messaggio. Rebus (dove contano però anche le immagini, gli oggetti, evidentemente: del resto è per il tramite delle cose che si svela l’arcano, come ci dice il nome del divertissement, un limpido ablativo plurale latino di quinta declinazione), sciarade, inversioni, parole crociate, parole intrecciate, accavallamenti, crittografie, scarti, zeppe, scambi, anagrammi, incastri, antipodi inversi, palindromi, bisensi, lucchetti, monoverbi, falsi iterativi, cornici concentriche… Ma anche tweet, calembour, e via discorrendo. Stefano Bartezzaghi, probabilmente uno dei massimi esperti in materia, non solo a livello italiano, fa una straordinaria e godibilissima esegesi. Da non perdere.

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