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“La città interiore”

covavivh-la-citta-interioredi Gabriele Ottaviani

Andare in Jugoslavia a farsi curare i denti può sembrare strano, eppure fino agli anni ottanta era una pratica piuttosto diffusa. Oltre alla benzina, alle sigarette e alla carne, anche la dentiera era un articolo estremamente conveniente. Noi andavamo di là per le dentiere e loro, non solo gli sloveni, ma tutti gli jugoslavi, venivano di qua a comprare i blue-jeans. Non era ciò che si definirebbe un legame fraterno, ma in fondo funzionava. Nel 1975, cinque anni dopo il viaggio di Marcello a Sežana (e quattro dopo la sua morte), il trattato di Osimo avrebbe sancito la definitiva cessione della Zona B alla Jugoslavia, ma già da un po’ Trieste aveva smaltito il trauma dei quaranta giorni di occupazione titina, nonché la sbornia del protettorato americano. Ormai era chiaro a tutti cosa sarebbe diventata: l’ultimo bastione d’Occidente, ovvero la roccaforte del Fronte della Gioventù, ovvero l’apoteosi dell’irredentismo svuotato di ogni significato. Eppure, dopo l’occupazione delle scuole nel 1982 per mano dei giovani fascisti e gli ultimi colpi di spranga alle manifestazioni per il bilinguismo, l’odio ha finito per depositarsi a terra e un po’ alla volta si è ricominciato a respirare. Da anni i dentisti sloveni costruiscono le loro ville hollywoodiane sulla costiera, accanto alle magioni non meno fastose dei negozianti triestini arricchitisi senza mai smettere di chiamare s’ciavi i loro acquirenti (chissà come chiamano ora i vicini di casa).

La città interiore, Mauro Covacich, La nave di Teseo. L’uomo è per natura un essere sociale, e chi vive escluso dalla comunità è malvagio o è superiore all’uomo, come anche quello che viene biasimato da Omero: “empio senza vincoli sociali”; infatti, un uomo di tal fatta desidera anche la guerra. Perciò, dunque, è evidente che l’uomo sia un essere sociale più di ogni ape e più di ogni animale da gregge. Infatti, la natura non fa nulla, come diciamo, senza uno scopo: l’uomo è l’unico degli esseri viventi a possedere la parola; la voce, infatti, è il segno del dolore e del piacere, perché appartiene anche agli altri esseri viventi: la loro natura ha fatto progressi fino ad avere la sensazione del dolore e del piacere ed a manifestare agli altri tali sensazioni; la parola, invece, è in grado di mostrare l’utile ed il dannoso, come anche il giusto e l’ingiusto: questo, infatti, al contrario di tutti gli altri animali, è proprio degli uomini, avere la percezione del bene, del male, del giusto e dell’ingiusto e delle altre cose. E la comunanza di queste cose crea la casa e la città. Così dice Aristotele. Del resto la tendenza all’aggregazione nasce insieme all’uomo, che da sempre ha cercato un modo per poter affrontare al meglio delle proprie possibilità, e quindi non con le sue sole e singole forze, ché non v’è alcuno sul globo che possa salvarsi senza aiuto, le avversità che l’ambiente nel quale si trovava a vivere quotidianamente gli riservava sul cammino: si può dire pertanto, naturalmente evitando banalizzazioni che invece sarebbero molto facili e immediate, che la città è nell’uomo (non a caso Italo Calvino attribuisce alle sue città invisibili nomi propri di persona, a voler essere precisi femminili, perché la città è generatrice: per esempio, produce testi, e i testi producono la città), è, inserendo in un contesto diverso da quello consueto una frase tanto celebre da essere divenuta finanche abusata, la misura di tutte le cose, il punto di riferimento, il metro di paragone e il filtro attraverso il quale viene interpretata la realtà, e a volte è anche un tramite tra due dimensioni apparentemente fra loro inconciliabili. Venezia, per esempio, che ha le strade d’acqua. Ma non solo. Ogni città ha i suoi confini, e i suoi confini sono luoghi di contatto e conflitto: non è per gioco a dadi della sorte che si verifica il fatto che le parole si somiglino. Immaginiamo allora cosa possa essere una città di confine, una città contesa. Come Trieste. Una città che, come tutte, è luogo di scambio culturale e commerciale, coacervo di valori comunitari, simbolo del potere costituito, laico o religioso – più spesso laico e religioso –tutto questo e molto altro ancora, organismo vivo e vivido che con il passare del tempo, con il divaricarsi sempre maggiore della sperequazione tra aree urbanizzate e rurali, ha assunto di volta in volta connotati ben precisi e caratteristici. Il volto s’è fatto pieno di rughe, ricolmo di fascino. S’è detto, però: la città è dentro. È nell’uomo. È dell’uomo. E Covacich torna nella sua. Trieste. È il millenovecentoquarantacinque. Flavio Covacich ha sette anni. Attraversa la città in cocci con una sedia in testa per andare a salvare il padre tra le cui ginocchia d’abitudine si rifugia. Un padre odiato di cui detesterà rivedere i gesti in quelli che gli appartengono e gli apparterranno, un padre che morirà di cirrosi nel millenovecentosettantadue, quando tra le ginocchia di Flavio c’è suo figlio, Mauro Covacich. Che vede colonne di fumo levarsi in alto di fronte all’osservatorio privilegiato dove li ha portati la mitica Vespa e chiede al padre, un socialista che parteggia più per i palestinesi che per gli israeliani, se siano in guerra. No, non sono in guerra, dice il padre. Ma è vero che a Trieste sta nascendo Gladio, anche se nessuno lo sa, è vero che c’è una divisione, zona A e zona B, italiani e titini, è vero che… Bildungsroman è definizione trita e ritrita, ma in questo caso è appropriata: Covacich edifica. Più che comportarsi da demiurgo rievoca e (ri)costruisce: la storia, certo, ma forse soprattutto i personaggi, che crescono, si formano, prendono forma e acquistano forza nel corso di una vicenda potente sin dalla prima riga, congegnata con precisione magnifica e vividissima, monumentale finanche in sneso etimologico.

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