Libri

“Il terzo tempo”

download (4).jpgdi Gabriele Ottaviani

“La signora Costanza il cellulare se lo dimentica dappertutto, l’ha lasciato anche a casa nostra… cioè, a casa della signora Anna. La prima volta che è venuta a San Mauro.” Arrossì per tutte quelle “signore” che aveva infilato nella frase, ma Anna mormorò: “Dorina ha ragione, Costanza è parecchio distratta.” E le sorrise, come se condividessero un segreto. “Ma lo sapeva o non lo sapeva che stavamo arrivando?” “Non lo sapeva,” disse Dom. “Lo sapeva benissimo,” disse Peter, pensando al biglietto che le aveva lasciato a casa di Anna poche settimane prima. I due uomini si fissarono per un attimo, come per sfidarsi. Dom fu il primo ad abbassare gli occhi. A scuotere la testa, interrompendo quel gioco, da ragazzi. “E noi che ci stiamo a fare qua?” chiese Vicky. Anna alzò una mano, ottenendo un silenzio cerimonioso “Io sono molto grata a Costanza… anche se non c’è. Vi ho chiesto di venire con me e voi siete venuti. Voi siete qui per me. Non siete qui per lei. Io lo so benissimo, e ve ne sono grata. Sono grata anche a voi. È bello essere… in un posto diverso da casa tua. È come ingannare il tempo con lo spazio. È l’inizio di qualcosa. Il primo giorno di vacanza. Quando ti sembra di poter scialare le ore… come potete immaginare per me tutto questo è un regalo, una specie di festa imprevista. Perciò… vietato criticare Costanza. È rimasta…” Anna chiuse gli occhi, come se rinunciando a esercitare uno dei cinque sensi la poca forza che aveva a disposizione si potesse riversare sulla parola. Nessuno osò occupare quello spazio di silenzio. “Bizzarra… Costanza è la più bizzarra di tutti noi. Quando eravamo… giovani, lei era… una bambina, e voleva assomigliarci, per questo cercava di non essere… bizzarra, era timida… adesso che è vecchia non si reprime più… è una vecchia bizzarra. Spero che arrivi prima che io… vada via.”

Il terzo tempo, Lidia Ravera, Bompiani. Il terzo tempo, per chi gioca a rugby, è quel momento in cui la battaglia in campo è finita e magari, dopo essersi gettati sotto la doccia, o in una tinozza di acqua e ghiaccio per evitare che i microtraumi divengano traumi enormi, si va tutti insieme, l’una e l’altra squadra, al pub a darci dentro con pinte e pinte di birra. Il terzo tempo della vita, invece, quella che una volta si chiamava terza età, dato che, com’è noto, siamo tutti affamati di eufemismi per le cose che ci spaventano, è banalmente la vecchiaia. Ed è bello arrivarci: l’alternativa, del resto, è cominciare precocemente a vedere i fiori dalla parte delle radici. Certo, la cosa migliore sarebbe giungere a essere vecchi ma in condizioni accettabili. Nessuno, del resto, a menon che non si tratti di un masochista, ama soffrire. Costanza non è vecchia. Ma lo diventerà. E non le manca molto. Giustamente non ha la benché minima intenzione di tirare i remi in barca: non è ancora morta, perché dunque smettere di vivere? Ne scrive anche. Ha una sua rubrica. Ed è una vera e propria pasionaria, la Ibárruri della positiva malinconia. Che non è un ossimoro, benché lo paia. D’un tratto quindi l’occasione le si palesa: il padre le lascia un ex convento dall’austera mole in quel di Civita di Bagnoregio, la città fragile, in bilico, che muore, arroccata su una rupe, presso Viterbo, ove si arriva solo a piedi attraverso un ponte che sale e si inerpica, un posto di una bellezza che leva il fiato. Perché non farne pertanto una comune (à la Vinterberg? Beh, quasi…)? Un luogo dove riannodare i fili del passato, vagheggiato con indulgenza e nostalgia canaglia come ogni buon topos letterario prevede che si faccia, riunire – è accentratrice, va detto, Costanza, e il suo nome pare persino un po’ parlante in questo senso, come Plauto insegna – le persone importanti, le cose che restano, per citare la Dickinson, come l’eterno e i monti. Ma… Lidia Ravera dipinge l’anima con colori puri e brillanti: da non perdere.

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