dialettologia, le parole della domenica

“Erbi” – II

imagesdi Giuseppe Mario Tripodi

CARRAFUCI, ‘baccello tenero ancora non maturo di fava, fagiolo o pisello’ (Rohlfs) ma anche piccolissimo, tenero e molto gustoso frutto a forma di mezzaluna del loto cornicolato; va e cogghi du carrafuci o anche dicitinci mai va mi cogghi du carrafuci era un invito a dismettere progetti grandiosi notificato a bimbi pretensiosi o a persona di poco valore; infatti i carrafuci non ghìnchinu panza, cioè non saziano, valgono poco.

CARDUNI, carciofo selvatico di cui si mangiavano le coste quando erano tenere (bollite e poste sotto aceto per renderle commestibili) è sinonimo di amarezza come testimonia il modo di dire esti chi esti amaru lu carduni ma tu lu fai cchiù amaru ancora, il cardone è amaro di suo ma tu lo fai ancora di più; detto di chi per pessimismo filosofico o inclinazione caratteriale tende a drammatizzare cose già di per sé difficoltose); per quando sono tenere e i saporitissimi carciofini (caccioffuli, o cacocciuli) che vengono messi anche sott’olio. I carciofi non raccolti si induriscono e, a giugno, liberano semi leggeri a forma di stella bianca che vagano portati dal vento e dai quali le ragazze traevano buoni auspici per i loro amori, specialmente nel periodo della festa di san Giovanni (24 giugno).

GRAMIGNA, pianta officinale come poche altre, fra gli agricoltori calabresi era soprattutto nota perché infestante e perche le resistenti radici si diramavano con facilità nel terreno (specialmente quello umido) rendendolo impenetrabile alla zappa

Malerba per eccellenza dunque e metafora del male morale, anch’esso inestirpabile dal genere umano: a malerba crisci.

Lu gustu di la scecca è la gramigna, il proverbio è antropocentrico (gli uomini considerano negativo anche dal punto di vista medico ciò che li fa faticare) perché considera strano il piacere provato dall’asino, ma comune da altri ungulati e bovini, nel mangiarne perché fa bene alla diuresi, alla digestione e indicata contro le infiammazioni.

Ma la pianta piace anche ai cani, specialmente a quelli ipernutriti dalla piccola borghesia, che ogni tanto si vedono nei parchi intenti a brucarla; infatti un altro nome è quello di erba canina.

La spiga è più piatta di quella dei cereali e produce un seme molto sottile preferito dalle formiche, donde il nome di grano delle formiche.

Si coniugava sia ngramignari, abbrancare una cosa e soprattutto una persona in modo che non possa liberarsi dalla presa (come la terra ingabbiata dalle radici di gramigna) che sgramignari, liberare il terreno dalla gramigna.

Rìganu, origano, calco del greco orìganon e orìganos con aferesi della vocale iniziale, arbusto aromatico alto anche mezzo metro molto utilizzato in cucina, specialmente sui pomodori conditi con l’olio. Importante è anche u rigan-aci, greco origanàchion, letteralmente origano piccolo, che è il nome del cespuglio di timo; le donne ne facevano piccole scope con cui separavano le spighe  non pestate dal monte del grano durante la ventilazione che separava la pula (piddhu).

SCULIMBRA-U, plurale sculimbri (per Rohlfs analogo al greco scolùbrion, diminutivo di scòlumos, cardo, piccolo cardo dunque, carduneddhu) ha base di coste disposte in circolo e meno ampie di quelle del carduni ma lo stelo è maggiore in altezza; questo quando è tenero è commestibile e molto dolce, duro diventa spinoso anche per il bestiame che può  mangiarlo solo di prima mattina quando è reso soffice dalla brina notturna.

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