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“Terminus radioso”

51I4DLU6GuL._SX336_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Di tanto in tanto Kronauer dava un’occhiata fuori dalla finestra. Il muro della casa di Hannko Vogulian era percorso da bagliori, come se da qualche parte nel villaggio, abbastanza lontano dal centro, però, abbastanza lontano dal soviet, una fattoria stesse bruciando. Che ci fai in questo kolchoz, ripeteva Kronauer tra sé e sé, cosa ti trattiene quaggiù, Kronauer? Non capisci niente di questa gente, non capisci niente di quello che succede, se ci rimani invischiato, va a finire che si mette male, questo Soloviei ti imprigiona, ti strega con i suoi sibili magici, c’è solo una cosa da fare, Kronauer, va via con una delle sue figlie, salva una delle sue figlie e scappa con lei, dopodiché, succeda quel che succeda! Salva Samiya Schmidt o Hannko Vogulian o anche Myriam Umarik, una o l’altra, poco importa, fuggite. Attraversa la foresta insieme a lei. Nascondetevi, mettete decine, centinaia di chilometri tra voi e Terminus radioso, non tornate mai indietro. Scappa a tutta velocità finché sei in tempo! Ma tali risoluzioni non portavano a nulla. Continuava a rimanere prostrato sul pavimento di legno, quasi cadaverico, scosso di tanto in tanto da brividi o da un mugolio, e continuava ad ascoltare i tre cilindri che giravano a ciclo continuo, senza riconoscervi mai nulla di familiare, quando invece ne stava captando le parole per la quinta, la settima, l’undicesima volta. Continuava ad ascoltarli e, come un moribondo che riceva dei consigli di cui non saprebbe che farsi, tremava e mugolava.

Terminus radioso, Antoine Volodine, 66thand2nd, traduzione di Anna D’Elia. La Seconda Unione Sovietica si affaccia su un precipizio ricolmo della desolazione che in prima persona ha contribuito a creare. Un mondo distopico, asettico, mefitico, desolato fin oltre i confini, invisibili a perdita d’occhio. Terminus radioso è l’unico luogo vivo, se così si può dire. L’unico avamposto che si oppone al vuoto che tutto riempie. È un kolchoz. In un universo allegorico e tragicamente concreto, tangibile, riconoscibile, crudele, allucinato e allucinatorio, in cui a ogni cosa ne segue un’altra, ma non esiste davvero né un prima né un dopo, non c’è inizio né fine, in cui tutto sembra ripetersi senza soluzione di continuità, sempre uguale e sempre diverso, mentre le radiazioni di una pila atomica infissa nel terreno regalano un’immortalità paradossale, assurda, squallida come la solitudine di chi non ha armi per opporsi a quel potere di cui è egli stesso amministratore oltre che vittima, si dipanano come matasse vicende di soffocante e angosciosa umanità che appaiono come innumerevoli declinazioni di un incubo. Quello generato dal sonno della ragione. Con una prosa di rara complessità, straordinaria ricchezza, potentissima, elevatissima e di chiara matrice filosofica, Volodine fa immergere il lettore in una realtà irreale ma credibile che sgomenta e conquista.

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