Intervista, Libri

“Un bimbo mi aspetta…”

18057898_1009343715866424_1164934143767011247_n.pngdi Gabriele Ottaviani

Alle mamme non ancora mamme. Ai papà non ancora papà. E ai bambini che li aspettano per diventare finalmente figli. Sono queste le parole semplici e commoventi che campeggiano sulla pagina FB di Un bimbo mi aspetta. Una pagina che diventerà un omonimo libro (Log Edizioni, Gruppo Guerini&Associati), un racconto e un diario perché nella vita, come diceva Emily Dickinson, ci sono cose che volano e cose che restano. E l’amore resta. In questo caso è l’amore di papà Arnaldo Funaro, e di sua moglie Tiziana, che sono volati fino in Cina per incontrare la loro bambina, Mia.

Cosa significa la parola famiglia?
Tornare a casa e sapere che c’è un luogo nel quale il mondo non può entrare se non in punta di piedi e chiedendo permesso.

Qual è l’ostacolo più difficile da affrontare quando si vuole adottare un figlio?
L’ostacolo maggiore siamo proprio noi. Dobbiamo metterci alle spalle commenti, giudizi, consigli sbagliati, fretta, paura, ansia, lentezza della burocrazia. Se si riesce a mettere fuori dal cerchio e dal focus tutto questo, allora l’adozione diventa un percorso difficile, ma sostenibile.

Perché c’è tanta burocrazia?
La burocrazia c’è, è tanta e sembra invincibile. Dietro le pratiche, i fogli e i timbri, in realtà c’è un principio assoluto: il bambino al centro di tutto. L’adozione non è qualcosa nata per noi aspiranti genitori, ma per minori che hanno subito il peggiore dei torti dalla vita, proprio quando non sono in grado di affrontarlo da soli: l’abbandono. Tutto quello che passa un genitore adottivo, in realtà è corretto, perché atto a garantire il meglio per il minore che sarà accolto. Ciò che può essere migliorato non è ridurre i paletti intorno ai quali girare, ma i tempi di percorrenza che, questi sì, sono davvero infernali.

Come mai è più facile adottare bambini esteri che non italiani?
Difficile dire che sia più facile. Diciamo che l’adozione internazionale sembra sfociare in maniera più determinata in un’adozione. Ma è vero fino a un certo punto, perché ci sono paesi nei quali è molto difficile arrivare al percorso. Oggi adottare in Africa, per citare un continente, può essere una scommessa quasi più difficile dell’adozione nazionale, perché scoppiano guerre e cambiano i governi in modo improvviso e l’adozione è forse uno dei primi processi a venire compromesso. Ne è un esempio l’avventura dei genitori bloccati in Congo per settimane.

Perché avete scelto l’adozione?
Partiamo dal presupposto che in Italia la gravidanza è stata trasformata in una malattia e il non riuscire ad avere figli in una condanna. Avremmo potuto provare la strada della medicina, ma abbiamo deciso di evitarla per più ragioni. La prima, una normativa nebbiosa dentro la quale in Italia è difficile farsi strada senza rischiare di finire in mano a speculatori della fecondazione: nel nostro paese il business è non farti partorire e farti fare più tentativi per spillarti soldi (e speranze). In paesi come la Spagna, dove la prima cosa che valuti è la percentuale di riuscita (controllata dal sistema sanitario), il business è farti restare incinta, quindi esattamente l’opposto. Ma noi avevamo già da tempo deciso di intraprendere il percorso adottivo in tempi non sospetti per ragioni familiari. Mia nonna era una bimba adottata, la nonna di mia moglie aveva accolto un ragazzo senza famiglia in casa e l’ha cresciuto come un figlio suo. Per noi è stata una scelta naturale.

Che progetto è quello del suo libro?
Il mio libro è nato come un diario per mia figlia. Mi sono detto che un giorno avrei dovuto raccontarle tutto e ho provato a farlo con parole semplici, cercando di spiegare il percorso adottivo a chi non avrebbe capito il linguaggio adulto. Durante una dei nostri incontri con altre coppie, mi sono reso conto che mancava a tutti noi qualcosa che ci scaldasse il cuore nel percorso asettico e freddo dei tribunali e delle visite ospedaliere, e mi sono reso conto che ciò che scrivevo era più utile a noi che ai figli che avremmo adottato.

Cosa si augura per sua figlia?
Credo ciò che ogni genitore si augura per un figlio: che riesca a costruire un futuro felice, consapevole e che sappia affrontare al meglio i torti che la vita vorrà mettere sul tuo cammino, trovando sempre in se stessa e nelle persone che ama e che la amano la molla per conquistare la felicità giorno dopo giorno.

 

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