Libri

“Le carte della signorina Puttermesser”

ozick-puttermesser (1)di Gabriele Ottaviani

Ma Puttermesser aveva un’altra teoria: era colpa sua. Era stata troppo sollecita nei confronti della giovane cugina, troppo deferente, troppo coscienziosa, troppo inadeguata e cerimoniosa. Oh, va bene così, non ci pensare. Lascia stare, faccio io. Non ti preoccupare, davvero, va benissimo così com’è. Quelle erano le strofe della litania di Puttermesser. Erano una formula magica, erano “buone maniere”: Puttermesser aveva trattato Lidia come un ospite d’onore, era caduta ai suoi piedi perché Lidia rappresentava il risanamento di una spaccatura enorme e spaventosa, perché era giusto che nella landa desolata della separazione si riversasse un impeto di tenerezza, di legame di sangue. La fortuna di ritrovarsi una cugina da un giorno all’altro! La prima settimana Lidia aveva preso la scopa con aria cupa – non era quello che ci si aspettava da lei? una specie di affitto? – e dopo i pasti si era messa a spazzare. “Oh, non ti preoccupare,” le aveva ripetuto Puttermesser ogni volta. Al che Lidia non si era più preoccupata. Lasciava i coperchi dei barattoli di crema sul ripiano della vasca. I piatti sporchi sul tavolo della cucina. Gli asciugamani bagnati sulla credenza del soggiorno. Nel giro di poco Puttermesser si era resa conto che, per quanto disdegnasse l’ateismo, la cugina era la perfetta incarnazione del prototipo sovietico: non faceva niente che non le fosse richiesto. Quando era libera, andava dritta verso la televisione e le sue molteplici malie: macchine, detergenti, dentifrici, cheeseburger, crociere. Una fiera più varia e ricca di tutte quelle che avrebbe potuto vedere nei maestosi saloni moscoviti, una fiera dai colori innaturalmente vividi (il verde non avrebbe potuto essere più verde, il rosso più rosso ecc.) e dai fondali allettanti: prati, colline, ruscelli, fontane, castelli e ruote panoramiche.

Le carte della signorina Puttermesser, Cynthia Ozick, La nave di Teseo, traduzione di Elena Malanga. Cynthia Ozick è nata a New York. Seconda e ultimogenita di due genitori ebrei nati nell’impero russo e trasferitisi al di là dell’oceano, proprietari di una farmacia dietro al cui bancone non era insolito vedere la stessa piccola Cynthia dare una mano, specie quando riusciva a sfuggire – lo ha raccontato lei medesima – agli insulti antisemiti dei molti che nel Bronx la consideravano l’assassina di Cristo, in quanto appartenente alla religione d’Abramo, d’Isacco e di Giacobbe, è riuscita ad avere una formazione di tutto rispetto e a diventare una delle voci più autorevoli della narrativa contemporanea, nella quale la tradizione e i legami con la sua cultura di origine si innestano in modo fertile e sapiente con altre tematiche, sovente di immediata urgenza culturale, sociale, politica. Saggista originale e di chiara fama, vincitrice di grappoli di premi, tra i più prestigiosi a livello internazionale, è autrice prolifica: Trust, La galassia cannibale, Il messia di Stoccolma, Eredi di un mondo lucente, Corpi estranei, Il rabbino pagano, Lo scialle, La farfalla e il semaforo, Art and ardor, solo per fare qualche titolo. E naturalmente Le carte della signorina Puttermesser. Che ha vent’anni ma sembra scritto domani. Per quanto è fresco, attuale, brillante, geniale, acuto, arguto, formidabile, divertente, profondo, malinconico, immediato. Ruth è una newyorkese che dal punto di vista gnoseologico fa invidia a Pico della Mirandola, dal punto di vista amoroso a una mattonella sbeccata e dal punto di vista della fantasia a un fuoco d’artificio. Sì, perché tutto quel che pensa diviene reale. E la realtà, appunto, si fa simbolicamente, metaforicamente, allegoricamente e concretamente un carnascialesco, magnifico disastro. Da non perdere per nessuna occasione.

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