Intervista, Libri

“La stanza profonda” e la rivoluzione

vanndi Gabriele Ottaviani

Mai Laterza ha partecipato allo Strega: poi è arrivato Vanni Santoni. Ecco cosa ci ha raccontato l’autore dell’ottimo romanzo La stanza profonda.

I giochi di ruolo mettono in scena una realtà altra: che valore hanno per lei il vero, il reale e l’immaginazione?

Mi interessa molto il fatto che i mondi immaginari possano, a volte, essere “più veri del vero”; e mi interessa il fatto che, oggi, il virtuale inizi a tracimare nel reale, tanto che non è più possibile derubricarlo a “meno rilevante”. Credo che uno dei temi forti della Stanza profonda sia proprio questo, e il fatto che i giochi di ruolo anticipassero l’attuale virtualizzazione del mondo con strumenti tanto analogici quanto possono esserlo matite, schede e dadi, rende ancor più romantica tutta la faccenda.

Qual è l’aspetto più importante da tenere presente quando si decide di narrare una storia?

Dipende dalla storia. Non esistono regole nella narrazione, né in quella letteraria né in quella ruolistica. Infatti, quando mi trovo a insegnare scrittura, tendo a insegnare altro: la dieta, ovvero i libri da leggere, e la disciplina.

Che dimensione è secondo lei quella della provincia italiana?

Tutta l’Italia è provincia. Ci sono due “quasi-metropoli”, il resto è provincia. Già ai tempi del mio primo romanzo, l’oggi introvabile e oggetto, scopro, addirittura di “samizdat” Gli interessi in comune, avevo cominciato a esplorare questo ambito e non ho mai smesso, dato che, per la ragione suddetta, è un punto d’osservazione privilegiato sulla realtà che viviamo.

Che rapporto ha con i mezzi di comunicazione di massa, in particolare con il web?

Uso i social. Uso Twitter da quando apparve; ho usato Facebook dall’inizio, poi lo abbandonai, poi tornai a usarlo; ultimamente sto giocando con Instagram. Non so quanto siano utili, li uso perché mi divertono. Diverso è il discorso per blog e, soprattutto, riviste letterarie online: oggi sono il vero luogo in cui si distende e riconosce il campo letterario, e sovente anche la critica.

Che significato ha per lei la parola rivoluzione? Spesso grandi idee che hanno modificato fortemente la nostra società sono nate in garage come quello che lei ritrae nel suo romanzo…

Se parliamo di rivoluzione in senso assoluto, da socialista libertario, ovvero anarchico, per me la parola ha un significato che va infinitamente oltre ciò che può avvenire in un garage (e che non sempre si mantiene puro: basti pensare al fatto che personaggi come Jobs o Gates erano rivoluzionari finché erano nel garage, ma sono diventati forme del potere, e delle peggiori, appena ne sono usciti): significa provare a inventare una società più giusta ed essere disposti a tutto per metterla in atto. Se poi mi chiedi di entrare nel dettaglio, credo che oggi l’unica vera rivoluzione attuabile non possa che cominciare da una rivoluzione delle coscienze, e infatti è noto il mio impegno per la causa del rinascimento psichedelico. Se invece parliamo in senso più lasso, e quindi di rivoluzioni minori come quelle che possono riguardare questo o quell’aspetto della società (e quindi forse è meglio parlare più sobriamente di “avanguardie”), è evidente che i garage sono veri e propri “luoghi del mito” contemporanei, che si parli di giochi di ruolo o gruppi rock che ne facevano la propria sala prove, di dj che sperimentavano con la korg o, appunto, di pionieri dell’informatica… È interessante il fatto che, mentre nella stanza in teoria più importante della casa, il salotto, si svolgevano ributtanti riti sociali da tempo spogliati di significato (quando non erano già parodie inconsapevoli dei riti di una borghesia che a sua volta imitava grottescamente l’aristocrazia), nella stanza più negletta si inventava, invece, il mondo nuovo.

Perché scrive?

Queste domande sono pericolose, costringono a risposte che suonano eccessivamente enfatiche come “perché è la mia vita”, “perché non potrei farne a meno”, e via sparacchiando… Però è vero, ormai è la mia vita, che devo dire allora? Mettiamola così: scrivo perché altrimenti passerei davvero tutto il mio tempo a leggere – così almeno mi svago un po’.

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