Intervista, Libri

“Il castrato di Vivaldi”: intervista a Gian Domenico Mazzocato

il_castrato_di_vivaldidi Gabriele Ottaviani

Il castrato di Vivaldi, romanzo rientrato nel novero dei ventisette libri presentati all’edizione di quest’anno del Premio Strega, narra la vicenda di Angelo Sugamosto: conosciamo ora invece un po’ di più anche l’autore, Gian Domenico Mazzocato.

Com’è nata l’idea del suo romanzo?
Avevo già esplorato le potenzialità narratologiche del mondo teatrale del Settecento in un mio precedente romanzo, Il caso Pavan. Così, quando qualche anno fa incontrai un grande musicista, il maestro oboista Giuseppe Nalin il quale mi disse “ci sarebbe da raccontare la storia di un castrato”, capii che quello era il romanzo che avrei scritto. Ci ho messo più di cinque anni, un lavoro massacrante. A un certo punto, per non finire soffocato dal mio Angelo Sugamosto, ho dovuto prendermi sei mesi sabbatici e ne è uscito un romanzo, Delitto sulla collina proibita, in cui racconto un infanticidio accaduto nel profondo Veneto di inizio Novecento. In pochi minuti Nalin mi aveva affascinato e travolto. Decisivo fu quando mi disse: “Guarda che del castrato sappiamo pochissimo, praticamente neanche il nome”. Mi si dilatarono davanti gli orizzonti e gli spazi immensi della libertà di invenzione.

Cosa rappresenta la vicenda dello Zerino per lei?
Molte cose. Su tutte la ricerca del sacro, della dimensione metafisica. La religiosità giudaicocristiana si fonda sulla mano che scende dall’alto e ferma il braccio di Abramo pronto a uccidere suo figlio Isacco. Il dio della pietà vela l’obbrobrio del padre che sacrifica il figlio (del resto comune a molte culture, pensiamo ad Agamennone e a sua figlia Ifigenia). La colpa, quale non si sa, si scaricò sul simbolo eterno del capro espiatorio. E se quella mano non avesse bloccato Abramo? La bibbia, nel libro dei Giudici, racconta un episodio in cui questo mancato intervento provoca il disastro. Iefte, il Galaadita, uccide sua figlia per obbedire a un folle voto da lui stesso formulato. Sugamosto detto lo Zerino, privato da un frettoloso cerusico della possibilità di avere figli, si sente sacrificato, reietto. Nessuno ha fermato i rozzi strumenti del chirurgo. Anzi, è stata la sua famiglia votarlo al sacrificio. È la sua maledizione, un’ossessione. Ne risulta un eroe dolente, in ricerca di un riscatto.

Come mai secondo lei di rado si è parlato dei castrati, in letteratura e non solo?
C’è un romanzo breve di Balzac, Sarrasine, e c’è un romanzetto di Anna Rice, quella di Intervista col vampiro. E niente altro. Lo stesso film Farinelli voce regina nasce da una sceneggiatura originale. Penso che sia dovuto a un processo di rimozione collettiva davanti al problema di una diversità. Angelo Sugamosto ha modo di conoscere un celebre travestito del suo tempo il quale gli dice “…trovarsi dall’altra parte. Come dall’altra parte di un ricamo, di un tappeto, di un arazzo. Il loro rovescio. Se guardi sotto l’immagine nitida del ricamo, vedi fili disordinati, aggrovigliati. Ma sono, anche quei fili, un’immagine. Se li guardi con pazienza e voglia di capire ci scopri un ordine, i riferimenti alla figura che sta dall’altra parte. Comprendi che quel disordine in realtà è un ordine. La figura nitida e ben formata ha bisogno del groviglio che le sta sotto. Ne ha bisogno la qualità stessa per cui la guardiamo, perché è nitida appunto, pulita, limpida, tersa, perfettamente disegnata”.

L’immagine che lei dà del diciottesimo secolo è assolutamente vivida, leggendo ci si sente immersi nella realtà del suo protagonista: che ricerche ha svolto?
Guardi che il difficile non è ricercare e indagare. Anzi il lavoro di documentazione è un piacere, apre strade, indica svolte, non sai mai dove vai a parare. Il difficile è raccontare catturando il lettore. Leggeri ma rigorosi. Per questo ho scelto i modi del feuilleton, del romanzo di appendice che i quotidiani pubblicavano un tempo per fidelizzare il lettore, per obbligarlo a comperare anche il numero successivo. Poi è chiaro che dietro alla complessità di un romanzo come Il castrato di Vivaldi, c’è un lavoro enorme, minuzioso. Non si può prestare fianco alle critiche sul piano dell’informazione. Bisogna informarsi e poi anche chiedere riscontri e conferme ad altre fonti. Quando mi fanno questa domanda, io me la cavo con una battuta: “cominciate a leggere il romanzo dai ringraziamenti finali, vedrete chi e cosa ho scomodato”.

Che ruolo ricopre per lei la memoria? E la storia?
Ricetta semplicissima: scegliti un periodo storico da indagare, pianta i paletti del mondo che vuoi raccontare. E poi costruiscici dentro i personaggi. Senza dimenticare mai una cosa fondamentale: la scrittura è un’arte in togliere. Assomiglia al lavoro dello scultore che parte da un blocco di marmo e cerca di rivelare la statua che c’è dentro. L’essenzialità è l’altra faccia della verità. La cartina di tornasole della bontà del lavoro di scrittura ha a sua volta una formula facile: capisci che stai lavorando bene quando i tuoi personaggi cominciano a vivere per conto loro, a dirti come vogliono essere raccontati. La lezione intangibile di Pirandello.

Un altro tema importante del suo libro è la sessualità: che valore ha nella nostra società?
Un po’ ho già detto. Indubbiamente il tema dei sessi e delle loro infinite sfumature è importante nel mio romanzo. Ho voluto raccontare esperienze, dolorose e doloranti, di tanti amici. Io, etero, ho spartito mille volte l’amaro companatico della diversità con tanti amici e amiche omo. La contemporaneità, la cosiddetta opinione comune con la sua superficialità, mi feriscono ogni giorno. Io cerco di testimoniare che ogni diversità è ricchezza e che comunque riguarda sempre l’insondabile e misteriosa profondità di una persona. Non di un oggetto o di un’entità astratta. È bellezza, non fango.

Qual è l’aspetto più importante da sottolineare quando si decide di intraprendere una narrazione?
Anche qui ho già detto. Ma aggiungo: una grande disponibilità a scommettere sull’intelligenza del lettore. Allora si aprono le zone luminose del non detto, di ciò che lo scrittore lascia intuire e reinventare al suo lettore il quale a questo punto esce dalla passività e assurge a interlocutore. Un dialogo tra due libertà, quella della scrittura e quella della lettura/interpretazione. Direi che è la parte più difficile della ricetta narratologica.

Perché lei scrive?
Guardi, le darò una risposta che potrà sembrarle letteraria, perfino retorica ed enfatica. Ma è la pura verità. Per curare quella ferita che si chiama anima. Con la speranza di non guarirla mai. Perché curarsi è bello. Aggiungo sommessamente che è un privilegio: io sono uscito da una tremenda depressione curandomi da solo. Scrivendo. Il potere salvifico della parola.

Quali sono i suoi prossimi progetti?
Ancora storie da raccontare, dentro a quella che Fulvio Tomizza, recensendo il mio primo romanzo, Il delitto della contessa Onigo, definì la saga dei vinti veneti. Anche in teatro, seguendo i miei grandi maestri Ruzante e Teofilo Folengo (che non era un teatrante, come tutti sanno, ma racconta un mondo degli ultimi che è proprio il mio).

C’è un libro che avrebbe voluto scrivere? E un film (Convenzionali si occupa anche di cinema) che ha un particolare significato per lei?
Beh, è un esercizio dolce e può portare lontano. Basta dire ciò che si ama, il golfo dove si torna a buttare l’ancora per nostalgia. I romanzi di Stendhal, da me più amato di ogni altro, Germinal di Émile Zola, Memorie dal sottosuolo di Fëdor Dostoevskij. Poi un libro sconosciuto ai più e che io ho trovato struggente, Il navigatore di Morris West. La ricerca di un’isola che nessuna carta segna ma che “deve” esserci. Questo, devo confessare, non l’ho più ripreso in mano, temo l’impatto con un libro che ho letto da giovane, quando non ero certo lo smaliziato critico che sono oggi. E due film. Che guardo ogni volta con occhi nuovi.  Stagecoach di John Ford che noi abbiamo banalizzato in Ombre rosse. Non dimentico che ha antenati illustri, discende da Boule de suif di Guy de Maupassant. Non è un western, è il film dei film, il film perfetto. Il piccolo mondo inscatolato in una diligenza che viaggia in uno spazio assoluto, immenso e ostile. Ogni personaggio è disegnato con cura e rispetto di singole peculiarità. Ma nessuno alla fine del viaggio sarà uguale al se stesso di partenza. Riesco a perdonare a Ford perfino la rappresentazione degli Apache/mostri e il sospiro di sollievo quando si sente la tromba del Settimo Cavalleggeri. Sull’archetipo del viaggio amo tantissimo anche La traversata di Parigi di Claude Autant-Lara col suo cast stellare, da Jean Gabin a Louis de Funès, senza dimenticare quel grande caratterista che è Bourvil.

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