Libri

“Diario di un parroco del lago”

41gY1CqW0AL._SY346_di Gabriele Ottaviani

Avevo già adocchiato il confessionale, ma non mi ero deciso a adottarlo come rifugio, ripetendomi che avrei commesso un peccato. Ma come sentii dei rumori inequivocabili nei dintorni, non seppi più resistere, e lì mi nascosi, rendendomi del tutto invisibile. A cigolare era stata la porta piccola, e non potei non apprezzare simile cautela, che avrei io stesso suggerito, ma non riuscii a credere ai miei occhi come vidi, per primo, profilarsi cautamente il Bepi, probabilmente scelto in qualità di guida. Subito dopo di lui entrarono ben cinque persone, che erano probabilmente i trasportatori della notte precedente, e tra i quali riconobbi uno dei miei fedeli, il Milo, seguito da due con i quali avevo giocato a scopa all’Osteria del Governo. In punta di piedi, tanto silenziosamente da farmi pensare che avessero calzato i peduli, penetrarono oltre il mio confessionale, per caricare, sempre senza rumore, le bricolle. Riapparvero passandomi davanti in silenziosa fila indiana, e notai che l’ultimo ad andarsene fosse proprio il Bepi, che, con un lieve cigolio, chiuse a chiave la porticina. Nell’uscire dal mio nascondiglio, mi resi conto di aver commesso più di un grave errore. Per il codice penale sarebbe stata tale la mia collaborazione con chi stava commettendo un’illegalità, ma, se mi ero reso conto del peccato commesso nell’uso abnorme del confessionale, avrei dovuto confessare che, per non meno di cinque minuti, avevo inconsciamente pregato perché i contrabbandieri non venissero scoperti. Quando terminai di rendermi conto di tutto ciò, ed ebbi ultimato le mie preghiere, mi rigirai non più di due volte nel letto, e mi addormentai, in un sonno privo degli incubi che avevo temuto.

Diario di un parroco del lago, Gianni Clerici, Mondadori. È giovane e ricco ma non è affatto interessato, si direbbe, ai beni materiali. Tanto che fa una scelta radicalmente opposta, ossia, nel Comasco che si sta risollevando, a fatica e con l’operosità caratteristica della spartana popolazione locale, dalle privazioni della seconda guerra mondiale, Giovanni Castelli, fresco di seminario, si adopera come curato a Lezzeno, un pugno di case lungo il lago abitate da contadini che in chiesa vanno di rado, giusto per confessare qualche peccato veniale. Tra cui non rientra il contrabbando di sigarette: del resto il confine è a un tiro di schioppo, la miseria, invece, fin dentro le ossa. E non c’è nulla che generi più indulgenza, in effetti, di una colpa che si compie per bisogno. Giovanni è il rampollo dei principi della seta, ma pian piano, avvolto nella sua veste talare, si sente sempre più solidale col suo prossimo, personaggi umanissimi che Clerici descrive con grazia, dovizia di dettagli e infinita tenerezza. Un giorno, però, l’azienda di famiglia non può più essere gestita dal padre del giovane sacerdote, e allora… La storia è passata anche attraverso valichi impervi e scorribande notturne, rotolando sull’acciottolato rustico ma rassicurante delle sonorità del dialetto, che rimandano immediatamente a una dimensione intima, domestica, autentica: il romanzo è portentoso, e si legge con grande gusto e immediato trasporto.

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