Libri

“Bruciare tutto”

SitiBRUCIARE_72di Gabriele Ottaviani

L’estate del 2003 è la più calda a memoria d’uomo: quando gracchia il citofono mi sto rinfrescando la fronte col fondo del bicchiere. Massimino oggi deve fare geometria; anzi ottica, le proiezioni luminose. Indossa i calzoncini a quadretti marroni: sale da me se ha difficoltà con i compiti o se il padre lo mena. Non vuole mai che gli asciughi le lacrime però le cosce se le lascia toccare: nude lisce freschissime e piccolette ma piene – porta con sé la malizia della Città Eterna. Abbassiamo le tapparelle se no le ombre non si vedono: teniamo fuori il sole che ruggisce come un leone. «Ecco, vedi, se avvicini un solido alla fonte luminosa la proiezione si dilata.» «Se vado vicino, il mio pisello diventa grande come il tuo?» Io ventunenne, adulto responsabile, rispondo in piena coscienza «p-proviamo»; ma non guardo le mutandine a terra, il cuore mi batte per uscire dal petto. «Non voglio che bevi il whisky, ti fa male…» «E se lo bevo uguale?» «Te ne faccio pentire… e n-non saranno le cinghiate di papà.» «Sai che me fanno, ’e cinghiate…» «Bevi, se hai coraggio.» Massimino beve; io non sono ancora prete, le strade tutte aperte davanti a me; mesi di fantasie, anni ormai di desiderio insoddisfatto e inequivocabile. Roma è una licenza, un nullaosta, se non lo faccio qui non lo farò mai più. «Gi-gìrati.» Quello che sono stato finora si disintegra: esisterò ancora, dopo? Mi tremano le mani; mani non mie (no, definitivamente mie) che versano nel lavello il residuo del liquore. «Io lo so cosa vòi fà…» «Sco-scommettiamo che n-non lo sai?» «Scommettiamo la PlayStation 2…» Accosto alle natiche lillipuziane il collo della bottiglia, Massimo si dimena spazientito. «Conta fi-ino a dieci.» «Un, due, tre, quattro… cinc, sei, sett, ott… oh, ho quasi finito, decìditi.» Forzo con l’imboccatura della bottiglia la muscolatura anale, rosa; la contrazione è incontrollabile, col conseguente rilassamento esce un po’ di liquido scuro. «Che schifo… v-vieni a lavarti.» «La bottija era fredda… è tutta roba naturale.» «Ti lavo io.» In bagno, finalmente, sono abilitato a fissare il grande tabù: l’erezione di un undicenne («nun te l’aspettavi, ve’, quanto armo?»), i testicoli sorprendentemente ingrossati ma glabri – voglio esser penetrato io, non so, annaspo con le dita tra i bottoni della tonaca e oltre («leva ’sti mutandoni de merda», ridiamo perdutamente)… scivolo sul bordo e mi ferisco la fronte, mi tocco e assaggio il sangue. «Ha ha, volevi punirmi e stai punito…» «Non ti volevo p-punire…» Il mio cazzo sembra osceno al confronto, una volta sul letto le rispettive membra denunciano la sproporzione, Golia e Davide, ma non posso più fermarmi. Io, sempre io, reo consapevole. «Ti f-faccio male?» «Mi fai il solletico…» «E co-osì?» «Aaaah, mi fai malissimo, malissimo, oh…» Spingendo sento cedere, poco, un anello si dilata – Massimino inarca la schiena cicciotta annuvolata da una cicatrice, la ribellione non c’è. Mi esce sperma bianco sulla sua abbronzatura, è durato pochissimo, non sono sicuro che l’atto si possa dire veramente consumato. «Ti ho sco-scopato.» «Ma va? te credi che nun me so’ accorto?» «Nello specchio…» «Ma che se fa così? fin che se gioca se gioca, ma te sei scemo… me pizzica forte forte forte…» Massimo scoppia a piangere come un bambino piccolo, io non oso consolarlo; gli regalo un braccialetto che gli sta largo, lo rifiuta. «Domani me porti il “Gran Turismo” e io nun dico gnente.» «Ti porto quello che vuoi, rivèstiti… non andare via subito… m’è spuntato il bernoccolo, ti sei vendicato… dopo geometria che cos’hai per domani?» «Storia romana, boh, gli eroi… Muzio Scevola, me sa.» Riaprendo le tapparelle il sole non concede alibi: tratto il dado, valicato il Rubicone.

Sant’Ignazio, offro questa ricostruzione alla tua veglia d’armi: se tu hai sopportato il dolore d’una palla d’archibugio al ginocchio, perché io dovrei soffrire di meno?

Lo chiamano persino “il prete isterico”, perché è sempre nervoso, gli tremano le mani. È giovane. È carino. Si agita per un nonnulla, e quando è sotto stress balbetta. La gente si fida di lui. Le parrocchiane si mettono in tiro per confessarsi quando è di turno. Vive a Milano. Ha fatto il seminario a Venegono. Ha campato per tutta la vita di bastoncini e sofficini (la madre a tutto pensava tranne che a cucinare) ma poi è stato riportato sulla retta via. Ritiene che il padre abbia voluto che il suo funerale venisse officiato in forma esclusivamente civile proprio perché lui non vi partecipasse. Dice le parolacce. Si occupa dell’oratorio. Delle mense dei poveri. Si dà da fare per aiutare chi soffre. Dice messa. Dà ripetizioni ai bambini in difficoltà. Parla con Dio. Crede ma vorrebbe non farlo. Arde di colpa. Si chiede quanto siano colpevoli i pensieri, prima ancora delle azioni. Come si possano disciplinare. Si chiama Leo. È un pedofilo. Walter Siti, senza alcun dubbio uno dei più grandi scrittori italiani, torna al romanzo con Bruciare tutto, edito da Rizzoli. Un’opera destabilizzante, travolgente, dolorosa, disturbante, angosciante, amarissima, che penetra i meandri melmosi dello squallore con accenti lirici e sguardo attento, curioso, indagatore, giornalistico nell’accezione migliore del termine. E lascia sbigottiti, pieni di dubbi e di domande. Da non perdere.

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