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“Bambini in fuga”

51g+X7gFG+L._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Nei territori della ex Jugoslavia le deportazioni nei lager e lo sterminio di massa dilagavano e incombevano sul rifugio di Josef e dei suoi orfani. Alla persecuzione antiebraica si era aggiunta quella contro i serbi e i nomadi. Gli ustascia, sostenuti e appoggiati dai tedeschi, dalla metà di giugno all’ottobre del 1941 sterminarono circa seicentomila serbi di religione ortodossa mentre altri trecentomila fuggirono oltre la Drina, il fiume che rappresentava la frontiera tra la Bosnia e la Serbia. Gli uomini di Pavelic´ sgombrarono, come si compiacevano di affermare, quell’eccesso d’immondizia che sporcava e inquinava il loro Stato: erano ebrei, zingari e serbi che costituivano più del trenta per cento dell’intera popolazione della «nuova» Croazia. Il livello di crudeltà nei confronti dei serbi era in aumento. Nel 1942 molti militari e anche alcuni responsabili dei servizi di sicurezza italiani, avendo rilevato le stragi, si rivolsero non certo tempestivamente al comando centrale delle SS. Chiedevano maggiore moderazione, dopo che centinaia di migliaia di « pravoslavi » (ortodossi) erano stati uccisi dai croati: del resto, un decreto legge del 1941 stabiliva che il diritto di cittadinanza nello Stato indipendente di Croazia spettasse solo a «colui che è di origine ariana […]. Ebrei e serbi non sono cittadini dello Stato indipendente Croato, ma appartenenti allo Stato […]. Solo gli ariani godono dei diritti politici». Serbi, ebrei e nomadi erano equiparati alle bestie: non potevano camminare sui marciapiedi, frequentare luoghi pubblici, negozi, ristoranti e nemmeno usufruire dei mezzi di trasporto sui quali era comparsa la scritta: «Vietato ai serbi, ebrei, zingari e cani». Persino von Ribbentrop si trovò in imbarazzo. Il ministro degli Esteri tedesco non era abituato a protestare per le sopraffazioni: ma manifestò il suo disagio per tutta quell’efferatezza nei confronti dei serbi e incaricò l’ambasciatore tedesco a Zagabria di comunicare la profonda costernazione del governo del Reich per «gli orribili eccessi degli ustascia compiuti da elementi criminali». Apparentando quindi quei torturatori alla categoria dei «criminali» comuni. Di fronte alla ferocia esercitata sui serbi, il Gran Muftī si guardò bene dal tentare di pacificare le forze in campo o dal mostrare un minimo di compassione. Non espresse mai alcun sentimento di riprovazione, non tentò di intercedere e non pronunciò una parola di pietà. A Berlino divenne il portavoce dei nazisti all’estero sulla «questione ebraica» in quanto consulente dell’ufficio Azione antiebraica all’Estero creato presso il Dipartimento del ministero degli Esteri, e che si proponeva di collaborare «all’eliminazione fisica degli ebrei». Ormai era anche considerato la massima autorità sul Medio Oriente e più volte alla settimana con il suo turbante bianco si recava nella sede delle emittenti del Reich per acquisire proseliti alla causa nazista tramite la radio. «Queste trasmissioni mi consentono di mantenere una presenza viva, dinamica e concreta in tutto il mondo musulmano», annotò sul diario al-Husaynī, «anche se non sono fisicamente in Medio Oriente.» Dall’inizio del 1942 le sue omelie e la sua verve oratoria si fecero sentire fin nel Pacifico e in India grazie alle emittenti giapponesi. Dagli efficaci impianti del Paese del Sol Levante la sua voce si faceva più sibilante e inquietante. Simile per alcuni accenti a quella penetrante del Führer. La radio, sotto la costante vigilanza di Goebbels, fu il mezzo del Reich non solo per potenziare la propaganda ma anche per dare vita a gruppi di sostenitori del nazismo in molte nazioni. Fu lo strumento per creare «la confusione mentale, la contraddittorietà dei sentimenti, l’esitazione, il panico» come teorizzava Hitler nel momento in cui si apprestava a occupare un territorio. Successivamente, sempre secondo il Führer, la radio doveva annunciare un’escalation di successi militari in modo da suggerire un’impressione di forza, unità ed energia. Ed era il mezzo di propaganda preferito di gran lunga alla carta stampata anche dal Muftī, la cui oratoria era tutta basata su stereotipi antisemiti e sulla tecnica della ripetizione. Grazie a Radio Berlino, il Muftī si conquistò un potere immenso, si qualificò, in maniera molto arbitraria, come il portavoce dell’Islam nel mondo, che diffondeva nell’etere i suoi richiami a tutti i fratelli musulmani disseminati tra Siria, Libano, Palestina, Iraq, Egitto e India. Quando pronunciava le parole «in nome del Corano e per l’onore dell’Islam», milioni di uomini si piegavano al suo verbo.

Bambini in fuga – I giovanissimi ebrei braccati da nazisti e fondamentalisti islamici e gli eroi che li salvarono, Mirella Serri, Longanesi. Mirella Serri, tra le altre cose saggista, giornalista, docente universitaria, membro della giuria del Premio Rapallo, presidente dell’associazione Piazza Magenta, finalista del Premio Aquistoria, componente della giuria del Premio Calvino e autrice di Gli invisibili. La storia segreta dei prigionieri illustri di Hitler in Italia, Un amore partigiano. Storia di Gianna e Neri, eroi scomodi della Resistenza, Sorvegliati speciali. Gli intellettuali spiati dai gendarmi: 1945-1980I redenti. Gli intellettuali che vissero due volte. 1938-1948Amorosi assassini. Storie di violenza sulle donne, I profeti disarmati. 1945-1948, la guerra fra le due sinistre, Il breve viaggio. Giaime Pintor nella Weimar nazistaStorie di spie. Saggi sul Novecento in letteraturaDoppio diario di Giaime Pintor: 1936-1943, Carlo Dossi e il racconto, si dedica ora a una storia sconvolgente, struggente, potente, importante. Per la nostra memoria, per la nostra coscienza, per la nostra civiltà. Scrive e riscrive, senza mai lasciarsi imbrigliare nella maglie anguste dell’ideologia: narra, e porta alla luce, con uno stile appassionante e di rara leggibilità. Nonantola è un comune dell’Emilia Romagna, dove si rifugiano dei ragazzi. E tutta la popolazione li aiuta e protegge: siamo in tempo di guerra, la seconda di quelle mondiali, ci sono le leggi razziali, ma a quegli uomini e a quelle donne del fatto che quei giovani siano ebrei non importa alcunché. Sono generosi, si ribellano coi fatti tutti insieme, con la solennità di un coro tragico, alla guerra, alle privazioni, alle sofferenze asfissianti che già troppo e da troppo tempo conoscono. L’otto settembre però tutto precipita: dopo Cassibile Nonantola viene occupata dai nazisti, e i settantatré ragazzi che hanno attraversato la Germania e la Slovenia per arrivare in Italia devono essere nuovamente portati al sicuro. La speranza è la Svizzera: ma bisogna giungerci. E individui come il gran Muftī di Gerusalemme, Amīn al-Husaynī, esponente dell’islamismo più radicale, sono pronti a tutto pur di impedire che degli ebrei si salvino, dovunque essi siano. Da Berlino, dove ha riparato al fianco di due figuri non proprio raccomandabili come nientedimeno che Hitler ed Eichmann, ha persino messo su una divisione autonoma di SS musulmane nei Balcani… Mirella Serri ritrae con tinte vividissime la lotta, drammaticamente contemporanea, contro il male, emozionando. Da non perdere.

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