Cinema

“Una settimana e un giorno”

UNA-SETTIMANA-E-UN-GIORNO-One-Week-And-a-Day-3983-600x399di Gabriele Ottaviani

La Shiva è la tradizionale settimana di lutto nell’ebraismo per i parenti di primo grado, ovvero genitori, figli, fratelli, coniugi, durante la quale coloro che hanno subito la perdita indossano per tutto il tempo un indumento che copra il cuore, di norma una giacca, una maglia o una camicia, che hanno strappato durante il funerale. Il rituale viene detto seduta di shiva. Subito dopo la sepoltura i parenti assumono la condizione di avel, ossia di persone in lutto, e si riuniscono in una casa, di norma quella di colui che è venuto a mancare, per ricevere le persone che vengono a porgere le proprie condoglianze. Vicky è una maestra. Eyal ha un negozio. Sono sulla cinquantina. Hanno subito il lutto peggiore, ammesso che esista una classifica. Quello che però persino dal punto di vista culturale rifiutiamo in un modo tanto ancestrale e assoluto, considerandolo esageratamente contro natura, da non essere mai stati in grado di definirlo con una parola. Se non hai il coniuge sei vedovo. Se non hai i genitori sei orfano. Se non hai i figli semplicemente non sei. E Vicky ed Eyal hanno perso il loro unico figlio. A venticinque anni. Di cancro. Dopo un’agonia che l’ha portato a chiudere la sua esistenza terrena lontano dalla bella casa con giardino, dove sono anche appena nati due tenerissimi micetti, ovvero nel letto di un hospice, un luogo dove tanti sono nelle stesse condizioni che erano anche le sue, dove talvolta purtroppo succede persino che una bimba piccola piccola ma con la forza di un leone debba fare coraggio alla sua giovane mamma che se ne sta andando, farle un po’ di caldo con una coperta altrui. Hanno dei vicini di casa che non conoscono né il senso della vergogna né quello della dignità, non solo perché devono far sentire anche in Libano che fornicano, ma perché, cosa ancor più grave del loro ridicolo e volgare esibizionismo erotico o presunto tale, appena il ragazzo si è ammalato hanno gradualmente ma inesorabilmente smesso di frequentarli. Tanto che si presentano dai genitori in lutto a shiva finita. Facendo pure gli offesi. E dire che anche loro hanno dei figli: uno, in particolare, il maschio, di circa tre anni più grande del defunto, è stato per tutta l’infanzia il suo amico del cuore. Poi le loro strade si sono divise. Ma restano gli oggetti. E i ricordi. Perché la vita continua. Deve. La shiva si conclude, si riparte dal giorno dopo. E tutto sembra assurdo, ma anche poetico. Vicky si fa forza col suo pragmatismo, si imbottisce di cose da fare per non restare sola coi suoi pensieri, Eyal cerca di trovare un senso a ciò che senso non ha. Una settimana e un giorno, film israeliano di Asaph Polonsky, con le splendide musiche di Ran Bagno, passato dalla Semaine de la critique di Cannes nel duemilasedici, in sala dall’undici di maggio, interpretato assai bene, fra gli altri, da Shai Avivi, Jenya Dodina, Tomer Kapon, Uri Gavriel e Sharon Alexander, non è certo semplice né perfetto, ma ha diverse sequenze semplicemente magistrali, e soprattutto una straordinaria potenza emotiva. Consigliato.

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