Intervista, Libri

Seba Pezzani: l’arte può lenire il male

41poErqABJL._SX321_BO1,204,203,200_di Gabriele Ottaviani

Dopo aver recensito il suo bel libro, per Convenzionali è giunto il felice momento di intervistarlo: diamo il benvenuto a Seba Pezzani, autore di Profondo Sud.

Cosa costituisce la cultura di un luogo e di una popolazione?

La geografia, il patrimonio umano e l’eredità spirituale: questa è la vera cultura, la cultura popolare, quella autentica, lontana dalle muffe dell’accademia. Da questo punto di vista, dovremmo tutti prendere esempio dagli Stati Uniti, la cui cultura popolare è la vera cultura. Anche nei centri universitari più prestigiosi, la cultura pop va a braccetto con quella più ingessata e stantia. In molti casi, esistono cattedre create appositamente per studiarla e i docenti davvero scendono sul campo, misurandosi con la quotidianità e abbandonando i discorsi ampollosi di chi finisce per scordarsi che l’insegnamento e la ricerca sono uno strumento e non un fine. Nel mio libro, “Profondo Sud. Un viaggio nella cultura del Dixie”, parlo diffusamente di un docente della University of North Carolina, William Ferris, titolare della prestigiosa cattedra di “Storia e Cultura del Sud degli Stati Uniti”. Mi sento di dire che qualche nostro docente dovrebbe farsi ospitare da un college americano e fare un bagno di umiltà.

Cosa rappresentano gli USA per lei?

Sono il mio secondo paese, il paese in cui, per un certo periodo di tempo, ho “rischiato” di andare a vivere, dato che la mia ex-compagna è dell’Illinois e che era nelle nostre intenzioni trasferirci lì. Gli USA sono pure un po’ come un amico caro a cui si perdonano tanti difetti, ma a cui pure non si lesinano le giuste critiche quando si comporta in maniera che noi riteniamo poco corretta. Mi nutro di cultura popolare a stelle e strisce da quando ho più o meno 18 anni. Da allora, non ho fatto altro che ascoltare musica americana, leggere romanzi americani, guardare film americani, fare una full immersione nel mondo pop americano, nella cultura della strada.

Dove si coglie il senso più autentico dell’America? Nelle metropoli o nei centri rurali?

Non esiste una sola America così come non ne esistono tante. Detta così, sembra una contraddizione, uno stupido gioco di parole. Ma è esattamente quello che penso degli Stati Uniti, un paese zeppo di diversità stridenti, ma pure un paese i cui elementi portanti si ritrovano sempre, dovunque si vada. Così, New York e Chicago sono l’America, ma la sono pure Chapel Hill, North Carolina, oppure Farmer City, Illinois. Anzi, credo che la città di New York sia la porta dell’Europa sull’America o, se si preferisce, la porta dell’America sull’Europa. Dunque, c’è tanta America anche a Manhattan, ma non pensino quelli che vanno in America e vedono solo New York di aver visto l’America. Quello è solo un piccolo antipasto. Per quanto, come detto, l’America la si ritrovi sempre, credo che la si colga nella sua pienezza soprattutto visitandone la provincia, calcandone le strade secondarie, sporcandosi le mani nella terra. Il paese è talmente grande e in larga parte disabitato e difficilmente raggiungibile che, malgrado la ricchezza e modernità complessive, sussistono tuttora enclavi di primitività che davvero si fatica a pronosticare per il paese che prima di chiunque altro è stato sulla luna e su Marte. Ed è nei centri rurali che emerge con maggiore forza la pervicacia con cui l’America resta abbarbicata alla vecchia immagine di se stessa, tuttora convinta che, se certi valori erano buoni quando il paese è stato fondato, debbano esserli tuttora e possano esserli in eterno.

Quanto sono cambiati gli USA negli ultimi anni?

Sono stato negli USA per la prima volta nel 1996. Poi, per una decina d’anni, non ci sono tornato. Da quando ci sono tornato con la mia ex-partner nel 2004, sono volato negli USA tante volte. Non so quanto siano realmente cambiati in vent’anni.  So che i fatti dell’11 settembre hanno tolto una certa aria virginale al paese, che ha avuto un brusco risveglio. Si è trattato di un giorno tristissimo per l’umanità intera e ancor più drammatico per gli USA, ma temo che si sia trattato di un’occasione persa. Io sono un fermo sostenitore della non-violenza e sono contrario alla guerra come forma di risoluzione delle controversie internazionali, ma, in certi casi, persino da momenti di oscurantismo come un attentato di quella portata possono discendere conseguenze positive. Non credo ci siano state. Non penso minimamente che gli Stati Uniti abbiano aperto gli occhi sul mondo circostante, che si siano resi conto per la prima volta – e avrebbero dovuto farlo molto tempo prima – di essere un paese grande ma di rappresentare solo un angolino del nostro pianeta. Semmai è avvenuto il contrario: il paese ha reagito di pancia, finendo per farsi manovrare ancor più dalla propaganda nazionalista che mira a esercitare un forte controllo sulla popolazione e ad avvantaggiare i grandi potentati economici. Gli Stati Uniti hanno un’anomalia storica che mi sento di definire quasi unica: non hanno mai subito un’invasione. Solitamente, sono loro a portare la guerra in altri paesi o, comunque, a combatterla fuori dai loro confini. Non sanno davvero cosa sia una guerra, non hanno mai sperimentato l’onta e le avversità create da una forza di occupazione. L’11 settembre avrebbe potuto insegnare qualcosa, far capire al paese che forse era venuto il momento di occuparsi dei propri problemi e di abbandonare l’idea di esportare e imporre il proprio modello su chi non lo vuole oppure lo vuole ma a determinate condizioni. Ripeto, un’occasione persa che ha fatto ripiegare il paese ancor più su se stesso, alienandogli comunque le simpatie vere di buona parte del mondo e acuendo nell’americano medio la sensazione di essere vittima delle forze malvagie internazionali, di essere invidiato e, dunque, sotto assedio – ma quale assedio? verrebbe voglia di dire – e di dover aggrapparsi ai valori fondanti di uno stato pensato e creato da bianchi evangelici per bianchi evangelici.

Lei è un traduttore di chiara fama: qual è l’aspetto più importante da considerare nel momento in cui si cambia la lingua di un testo per non snaturarlo?

Il segreto sta nel non voler fare gli scrittori, nel non far emergere la propria voce, nel lasciare che sia la voce originale dell’autore a uscire dalle righe del testo tradotto. So di essere in minoranza anche tra i miei colleghi, dato che considero il traduttore un minimizzatore del danno, anche nel caso delle traduzioni migliori. Sono in minoranza anche quando sostengo che tradurre non sia assolutamente tradire e che, piuttosto, la traduzione letteraria è quella letterale, nel senso che il traduttore non si deve inventare nulla. È decisamente opportuno che la persona preposta alla traduzione di un testo letterario abbia ottima padronanza della sua lingua madre scritta, oltre che di quella originale, e che, magari, sia pure appassionata di lettura e scrittura. Però, nel momento in cui traduce, un traduttore fa il traduttore e non lo scrittore.

Qual è lo scopo della letteratura? E quale la funzione della musica, visto che lei è anche un musicista?

Non so se abbiano uno scopo. Di certo, hanno un risultato: far star meglio il lettore e l’ascoltatore e dare vibrazioni (non sempre e non necessariamente lievi, ma certamente intense) allo scrittore e al musicista. Letteratura e musica, come qualsiasi altra forma espressiva, possono e devono essere antidoti alle brutture del mondo. Non sono medicine, perché la sofferenza è una componente inevitabile della vita e nulla sarà mai in grado di cancellarla, ma può lenire certi mali, aiutare a leccarci le ferite quando ne abbiamo e contribuire a fare della nostra quotidianità qualcosa di più vivibile e ricco.

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