Intervista, Libri

Mattia Bertoldi e la miniera dell’immaginario collettivo

unnameddi Gabriele Ottaviani

Abbiamo conosciuto la sua prosa con La dura legge di Baywatch, ora conosciamo meglio lui: Mattia Bertoldi.

Com’è nata l’idea del suo libro?

Si è trattata di un’esigenza sia biologica, sia editoriale: nel 2016 ho compiuto 30 anni e mi sono reso conto che, a fronte di molte pubblicazioni dedicate agli anni ‘80 e ai decenni precedenti, non esisteva ancora un libro cartaceo dedicato al periodo in cui sono cresciuto e maturato. Da qui la voglia di coinvolgere una cinquantina di amici e raccogliere tutto ciò che ha caratterizzato gli anni ‘90 – nel bene e nel male.

Qual è l’estetica degli anni Novanta?

Ricca di colori e di tinte fluo, ma caratterizzata anche da mode riprese dal passato che oggi apparirebbero ridicole (i pantaloni a zampa, per esempio). Come scrivo nel capitolo dedicato a Willy, il principe di Bel-Air – una delle serie televisive più iconiche degli anni ‘90, insieme a Beverly Hills 90210 e a Baywatch – basterebbe guardare la sigla che apriva ogni episodio per rendersi conto di com’era colorato quel decennio. Anni che molti associano anche alla leggerezza e alla semplicità, forse proprio a causa di questa estetica sopra le righe: in tal senso, gli attacchi dell’undici settembre 2001 hanno rappresentato una fortissima cesura.

Cosa rappresentano gli anni Novanta per lei?

Be’, innanzitutto dico che sarebbe stato troppo semplice fare i nostalgici ed elencare tot nomi che avrebbero portato i coetanei a sospirare e a ricordare gli anni della loro infanzia o della loro adolescenza. Per me gli anni ‘90 sono gli anni della formazione, in un periodo in cui l’umanità intera stava vivendo una transizione colossale: dall’analogico al digitale. Verso la fine del decennio vedevamo tutti che cosa sarebbe arrivato (Internet, gli MP3) ma le tecnologie erano ancora vetuste e dovevamo quindi affidarci alle vecchie tecnologie (le enciclopedie cartacee, le musicassette). Insomma, bisognava arrabattarsi.

Che ruolo hanno gli oggetti di uso quotidiano nella realtà? E in letteratura?

Un oggetto non è quasi mai solo un oggetto. Sto scrivendo queste parole in una finestra di OpenOffice, che in alto a sinistra ha l’immagine di un floppy disc come icona di salvataggio. Ma quanti di noi hanno veramente stretto tra le mani un floppy disc? O un telefono fisso a fili? Una musicassetta? Sono oggetti che andavano ricordati in La dura legge di Baywatch perché rappresentano una tappa, illustrano un paesaggio. In letteratura, poi, gli oggetti si fanno ancora più significativi, come ricorda la massima secondo la quale una pistola, se presentata in scena, prima della fine della vicenda dovrà sparare. Oggi tutti noi riversiamo molte (troppe) delle nostre attenzioni a oggetti di diverso tipo; la sfida è assegnare loro nuovi valori, nuove funzioni.

Che valore ha per lei la memoria?

Un valore fondamentale. Penso che la caratteristica principe di ogni narratore o scrittore debba essere la curiosità, quindi la memoria ha il compito di riunire informazioni frammentarie e catalogarle nel cervello. In attesa. Nella speranza di tornarci presto su e raccoglierle per farne qualcosa di nuovo. Ma La dura legge di Baywatch è anche l’esempio di come le reminescenze degli anni ‘90 possono connettere persone che sono cresciute a centinaia di chilometri di distanza.

E la nostalgia?

Come detto, non volevamo un libro nostalgico perché la nostalgia è una lenta che modifica la prospettiva, falsa le curvature della realtà, tinge tutto di rosa. Molti capitoli sono stati costruiti al contrario, in controtendenza: cos’è che non rimpiangiamo degli anni ‘90? Quali sono quelle cose che, a guardarci indietro, ci riempiono di vergogna? In questo modo siamo riusciti (spero) a controbilanciare quel sentimento di nostalgia che è sicuramente spontaneo per chi oggi orbita attorno ai 30 anni.

Cosa simboleggia l’immaginario collettivo?

Per me è una miniera di riferimenti condivisi da milioni di persone, il modo più facile con cui connettersi all’istante con persone che sono cresciute in contesti, ambienti e Paesi anche molto differenti dal mio. Pensiamo ai video musicali, che proprio negli anni ‘90 hanno rappresentato una forma d’arte a tutti gli effetti e coi quali molti registi di successo come Spike Jonze si sono fatti le ossa: chi non ricorda il primo piano di Sinéad O’Connor in Nothing Compares 2 U? Oppure, alla fine del decennio, gli occhi chiari di Natalie Imbruglia in Torn? Per me, questi e molti altri sono degli appigli ai quali agganciare  narrazioni di diverso tipo.

In cosa differiscono Svizzera e Italia?

Introducendo La dura legge di Baywatch, spiego che se l’Italia ha città e provincia, il Ticino (ma si potrebbe fare lo stesso discorso con la Svizzera italiana) è la provincia della provincia. Sono cresciuto a Vezia, nei pressi di Lugano, in un cantone triangolare incastonato tra l’Italia e la Svizzera tedesca. Sono cresciuto soprattutto con l’editoria, la televisione e la produzione culturale italiana, quindi condivido molte più cose coi miei coetanei di Milano, Roma o Palermo rispetto a ciò che ho in comune coi trentunenni di Zurigo. Eppure, sono svizzero. Ecco, ho pensato che la realtà ticinese – così defilata, così immersa nell’immaginario collettivo italiano – potesse rappresentare un punto di vista se non privilegiato, perlomeno alternativo grazie al quale chiederci: in fondo, siamo così diversi?

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