Libri

“Chiamami col tuo nome”

downloaddi Gabriele Ottaviani

Lo adoravo quando ripeteva ciò che io stesso avevo appena ripetuto. Mi faceva pensare a una carezza, o a un gesto che la prima volta è fortuito, la seconda è intenzionale e la terza volta ancora di più. Mi ricordava come Mafalda mi rifaceva il letto ogni mattina: prima ripiegava il lenzuolo sopra la coperta, poi li tirava entrambi sopra i cuscini, poi li ripiegava ancora all’ingiù sopra il copriletto, su e giù, di continuo, finché sapevo che, nascoste tra quelle molteplici pieghe, restavano tracce di qualcosa di devoto e al contempo indulgente, come un tacito consenso in un istante di passione.

Chiamami col tuo nome, André Aciman, Guanda, traduzione di Valeria Bastia. Sei un ragazzo. Il mondo è di fronte a te, vorresti che fosse tuo, desideri essere in grado di dominarlo, di possederlo, conoscerlo, comprenderlo. Di sentirti vivo, consapevole. Tutto ciò che ti circonda ti appare come uno scrigno pieno di tesori, di ricchezze, di possibilità. Che era sempre rimasto ermeticamente sigillato dinnanzi ai tuoi occhi, nonostante tu abbia provato, invero goffamente, per inesperienza, per timore, per sbigottimento, non sapendo come gestire la pienezza di ciò che provi e che non sai nominare, in più occasioni a penetrarne il mistero, nonostante tu incontrovertibilmente abbia capito, perché sei curioso di esistere, che non tutto era come sembrava, che qualcosa rimaneva nell’ombra, un rito da cui tu eri escluso. Poi, d’improvviso, quella realtà in cui sei immerso sin da quando hai memoria lascia che davanti a te si schiuda una fessura. Qualcosa balugina, un riflesso, un bagliore, una piccola luce. E tu ti rendi conto che quello è il primo passo, che quello è solo e soltanto l’inizio. Ti resta una favilla aggrappata pertinacemente alle ciglia, e semplicemente ciò che prima era talmente improbabile da manifestarsi a te come impensabile ora sembra a portata di mano, come una cascatella carsica che zampilla quando finalmente ha trovato la luce. Basta poco, quasi niente, è un mutamento impercettibile ma dirompente nella quotidianità che ti abbraccia con la rassicurante ripetizione delle abitudini. Non è la prima volta che a casa tua arrivano degli ospiti per l’estate, stagione calda, nuda e lubrica. Sono scrittori. Lavorano per e con tuo padre. Che mette loro a disposizione uno spazio per creare. Per dare vita all’arte. Alla bellezza. Per esprimere quel che hanno dentro, per renderlo pubblico, lasciarlo sgorgare e trasmetterne il senso. Che ha in sé sempre qualcosa di miracoloso, epifanico, rivelatore. E allora che cosa cambia? Se è già successo, perché stavolta è diverso? Solo perché sei cambiato tu? Solo perché è lui? Sì, forse. Ma non può essere soltanto questo, esiste un frammento di ineffabile, di inesprimibile, un piccolo miraggio che si allontana sempre più man mano che ti avvicini, che ti lascia stupefatto, eppure non ti scoraggia, ti spinge a continuare, a procedere, ad andare avanti. E il gorgoglio che hai dentro si fa goccia dopo goccia tempesta. Hai paura che gli altri vedano. E al tempo stesso bruci dalla voglia di urlare. Soprattutto, hai paura che veda lui. Eppure Dio solo sa quanto vorresti che se ne accorgesse. E probabilmente se n’è accorto, anche perché certe reazioni, in primo luogo fisiche, sono incontrollabili, non si possono nascondere, sono scosse elettriche, eruzioni vulcaniche. Sei in dubbio, in bilico, neghi la verità. Come quando sostieni di aver paura di soffrire eppure in realtà ciò che davvero vorresti dire è prendimi e fai di me ciò che vuoi. E dire che a un altro probabilmente tutto questo potrebbe sembrare ridicolo, insignificante, sciocco. In fondo, cosa è stato alla base della rivelazione? Un ciondolo, un simbolo ebraico – è anche la tua religione – che scintilla quando è colpito dalla luce mentre ondeggia appeso alla catenina sul suo collo, che lambisce il petto nudo, dorato dal sole, accarezzato da una camicia aperta e svolazzante. Uno sguardo, severo fino a incenerirti, e tu non sai cosa puoi aver fatto di male. Anzi, ti ci sei così impegnato per fare bella figura… Una risposta sprezzante e neghittosa, Dopo!. Un tallone che fa capolino da una scarpa aperta. E ti sembra che nessun tallone abbia mai avuto una forma così perfetta. Un tocco sulle spalle, e tu ti ritrai, e ti senti in colpa per esserti ritratto, perché magari in questo modo non ci saranno altre occasioni, sei diventato artefice del tuo rimpianto, di un fraintendimento e di un dolore altrui, di quelli che leggi negli occhi tristi che vedi davanti ai tuoi, di quelli che ti fanno restar male, in imbarazzo, deluso e intimidito, solo perché hai avuto orrore che gli altri potessero accorgersi. Notare qualcosa. Le onde del tormento, i flutti roboanti del tuo desiderio, che ti fa scottare la pelle da dentro e pedalare a un metro da terra – e chi se ne importa, che il mondo capisca, ti invidino pure, gli altri… questo ti dici, e dopo un minuto sei più soffocato di prima –, che esplodono contro gli scogli delle convenzioni in cui ti sei imprigionato da solo per paura. È come se ti fustigassi ogni giorno un po’ di più, stringessi attorno alla vita un cilicio. Non vuoi altri che lui, ma solo all’idea di restarci insieme da solo non capisci più niente. Percepisci distintamente solo una cosa. Come nel petto ti batta forte il suo cuore. Perché di due vorresti che foste uno, un solo corpo, una sola anima, un solo nome… Aciman racconta l’amore, e le identità di chi è avviluppato nella sua magia sono un dettaglio trascurabile. La passione. Il desiderio. L’eros. La vita, quella vera, fatta di felicità e di disperazione. Come nessun altro mai, e meglio di chiunque. Spregiudicato, bruciante, esaltante, lirico, carnale. E tanto altro ancora, talmente tanto che non si riesce a dirne tutto. Un capolavoro assoluto.

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