Libri

“Un battito d’ali”

9788891812988_0_0_300_80.jpgdi Gabriele Ottaviani

Dunque, mi capitò di conoscere Wanda Osiris sul finire degli anni sessanta, quando la famosa soubrette, ormai non più nel fiore degli anni, era riapparsa in televisione, mentre scendeva pericolosamente una scalinata tra due file di boys pronti a soccorrerla se avesse incespicato. Indossava un costume sfarzoso e ingombrante, tutto tulle e crinoline. Con voce flebile e tremula cantava una canzone degli anni quaranta, mentre lanciava rose verso il pubblico che applaudiva per il rispetto dovuto a una signora che aveva fatto la storia del varietà italiano, affiancata da attori come Macario, Sordi e, se non ricordo male, Tognazzi. I suoi tempi d’oro erano tramontati, portandosi via anche la sua gloria. Fui mandata a intervistarla. Viveva sola in un grande appartamento. Mi ricevette indossando un lungo caftano di seta, i capelli racchiusi in un turbante alla Carmen Miranda, perfettamente truccata, come se dovesse andare in scena, la figura appesantita, gli occhi ancora vivacissimi, adombrati dalla malinconia di ritrovarsi a vivere in un mondo che non le apparteneva più. Mi disse che aveva ancora tanta voglia di tornare sulla scena, se soltanto qualcuno glielo avesse chiesto. Con dolcezza criticò velatamente le soubrette del momento, le coreografie di Don Lurio, l’assenza del buon gusto e della grazia. «Quando entravo in scena con le mie ballerine, nel teatro dilagava una nuvola di profumo, perché volevo che tutte fossero profumatissime e sorridenti». Io la ascoltavo, osservandola con tenerezza, perché mi rendevo conto che quella dolce signora ormai anziana non aveva capito che il mondo era cambiato, che i tempi dei suoi trionfi erano tramontati e non sarebbero tornati mai più. Alla fine mi ritrovai a consolarla e, lasciandola, l’abbracciai di slancio. Non scrissi il pezzo frizzante che il mio capo si aspettava da me, ma raccontai invece lo struggimento di una star che soffriva per l’oblio del pubblico. Quando l’articolo uscì, ricevetti i complimenti del direttore. Ormai ero lanciata come intervistatrice di personaggi del mondo dello spettacolo. In quegli anni ne incontrai tantissimi, alcuni deliziosi, come Renato Rascel o Tino Buazzelli, o incredibilmente colti, come Giorgio Strehler e Paolo Grassi, altri arroganti e altri ancora incapaci di esprimersi senza un copione. Alcuni tentavano maldestramente di invitarmi a cena con maliziosi ammiccamenti. Qualcuno, più raffinato, mi mandava fiori con inviti. Il più travolgente e delizioso fu Enzo Jannacci, che avevo raggiunto a Salice Terme, dove si esibiva in uno spettacolo. Lo incontrai al bar dell’albergo delle terme e mi offrì una Coca-Cola al banco, mentre gli facevo una breve intervista. Nel parco era in corso una festa danzante e lui, prendendomi una mano e portandosela alle labbra, mi disse: «Facciamo un balletto?». Mi sono pentita di aver liberato la mia mano dalla sua e di non aver ballato con lui, perché la sua spontaneità genuina e infantile mi era piaciuta tantissimo. Non sono mai riuscita a perdere la diffidenza verso gli uomini, anche quando mi piacevano.

Un battito d’ali, Sveva Casati Modignani, Mondadori. Non poteva che essere pubblicato in una collana che si chiama Madeleines questo libro in cui qualsiasi lettore può avere la conferma, qualora ve ne fosse il bisogno, della felicità della vena narrativa di uno dei nomi più prolifici dell’editoria italiana. Perché, al di là del limpido riferimento proustiano, è proprio la ricerca del tempo perduto, il vagheggiamento niente affatto sterile del passato, la memoria dolcemente rievocata in quanto fondamento della propria consapevolezza e autodeterminazione il tema e il sostrato di questo racconto che si srotola fluido e nel quale Sveva Casati Modignani ripercorre tutta la sua vita, da quando, costretta a lasciare l’università per bisogno di un impiego, e rendendosi conto di non saper di fatto fare nulla, si rimbocca le maniche e si impegna senza mai abbattersi o lasciarsi andare, né tantomeno rinnegare la sua personalità. Riattraversando la propria esistenza attraversa però anche la storia d’Italia, quell’Italia che non esiste più, appunto, se non nei ricordi e nel fondamento dei valori con i quali chi più chi meno ognuno è stato educato, l’Italia gaudente ma non sciupona, che voleva ripartire, ricostruire, progredire, l’Italia ottimista e seria in cui bastava rispondere a un annuncio su un giornale e avere tanta buona volontà per trovare lavoro. Un ritratto tenero, delicato, sincero e scintillante, dagli esordi sin quando, una volta spiccato il volo, la nostra protagonista, senza mai dimenticare il suo punto di partenza, ha conosciuto anche gli angoli più scintillanti del mondo. Piacevolissimo a leggersi.

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