Intervista, Libri

Strega 2017, intervista a Davide Grittani

Foto per copertina di E invece iodi Gabriele Ottaviani

E invece io è nel novero dei libri selezionati per il premio Strega: noi di Convenzionali siamo lieti di intervistare il suo autore, Davide Grittani.

Il suo romanzo ha una forte connotazione politica: che cosa rappresenta per lei quella che dovrebbe essere la disciplina della corretta amministrazione del bene comune?

E invece io si serve di un grottesco antagonismo tra due schieramenti, Partito dei Demiurghi e Federazione Illuminata le cui iniziali stanno per PD e FI, che in qualche modo rispecchia lo stallo politico su scala nazionale. Nel romanzo non vi è traccia di un Movimento “dal basso”, se vogliamo chiamarlo come quelli ai quali piacciono i luoghi comuni, perché la presenza di un terzo attore mi avrebbe impedito di giostrare col registro del dualismo. Ho lasciato andare la fantasia, senza pensare di poter arrivare così vicino alla realtà. Volevo solo raccontare il disincanto di chi, come me, ha riposto soprattutto nella Sinistra cambiamenti che non sono mai avvenuti. E volevo raccontare questa presunta idea di superiorità nei confronti di chiunque si approcci al panorama politico, questa idea di assolutezza che poi finisce paradossalmente per fagocitare la Sinistra stessa, ammesso che ancora esista. La scissione è un esempio plastico di come nemmeno al suo interno, il Partito dei Demiurghi – pardon, il PD – sia riuscito a intercettare differenze così evidenti da causare un divorzio così clamoroso e inutile. La corretta amministrazione del bene comune in un Paese come l’Italia è una chimera irraggiungibile, noi e le generazioni future faremmo bene a considerarla una battaglia persa. L’Italia è un Paese strutturalmente adatto a premiare i fraudolenti e a castigare le persone perbene, questo genera un sentimento di odio nei confronti dello Stato che è semplicemente impossibile da lenire.

Quali fasi della vita possono spingere a decidere di prendersi del tempo per sé, partire, viaggiare, andare lontano dalla quotidianità?

La pace, credo che soprattutto quando si è in pace con se stessi si debba provare a guardare la vita con distacco, da un’altra latitudine e da un’altra aspettativa. E che questo sguardo debba essere il più libero e vero possibile, cioè che non si debba esaurire alla liturgia del viaggio fisico ma debba necessariamente diventare un viaggio interiore. Non un bilancio, ma un giro a tappe in cui passare al setaccio scelte, riflessioni, errori, gioie, coraggio e viltà, senza mai scadere nella tentazione di rispondere a un oroscopo ma col rispetto e la dignità che si devono a un destino.

Che valore ha per lei l’ironia, che è abbondantemente e felicemente presente nella sua opera?

Enorme, un enorme valore. Luigi Malerba (nel suo romanzo migliore Le pietre volanti) dice che l’ironia è una musa troppo sfuggente per essere capita da tutti. La società della comunicazione l’ha soppressa con le emoticon, con i messaggi, con le mail, con i bollettini di guerra che arrivano ogni giorno dai telegiornali, ma l’ironia è e resta un alleato straordinario della letteratura. Che purtroppo sembra farne un uso davvero parco, a parte le felicissime intuizioni de L’animale notturno di Andrea Piva (per citare un contemporaneo). L’ironia però è un’arte, e se tentare di sedurla vuol dire produrre prove imbarazzanti come quelle che invece passano per capolavori, allora è meglio che l’ironia assecondi l’istinto della bellezza. Ovvero che si nasconda, e anche a lungo.

Cosa pensa della situazione dell’informazione nella nostra società? A leggere il suo romanzo, il quadro appare desolante…

Io sono un giornalista, che ha fatto il cronista (sebbene non di nera) per quasi vent’anni in una provincia del profondo Sud. Foggia. So di cosa parlo. E l’informazione italiana, mentre il dibattito pubblico attraversa una delle fasi più penose degli ultimi anni, è sostanzialmente agonizzante. Questa è la ragione per cui sempre più giornalisti si improvvisano attori, predicatori, manager, solution man, maitre a penser, ospiti di talk show (per soldi e disperazione!) tradendo la missione per cui hanno accettato la solennità della professione: informare. E il dibattito pubblico è talmente scaduto e ignaro del pericolosissimo rischio che si corre, che sta ignorando un fatto epocale: un Paese senza informazione, è un Paese che non può dirsi democratico. La Sinistra, in uno dei suoi vorticosi piagnistei, anziché affrontare la situazione per quella che è… ha speso gli ultimi venti anni a parlare di Berlusconi e della sua concentrazione di potere, ignorando che la mancanza di argomenti è molto peggiore della mancanza di opportunità (che tra l’altro non credo sia riscontrabile, dati alla mano). Io scherzo, coi miei amici e colleghi. Scherzo ironizzando tragicamente, e dicendo loro … ti ricordi quando c’erano i giornali. Questo è il rischio che si corre, e nessuno l’ha capito. Men che meno questo o il Governo precedente. Finanziare con denaro pubblico i Giornali e le Televisioni non vuol dire comprarsele, in un Paese normale non sarebbe così, vorrebbe dire solo garantire a un popolo la necessità di essere informato. Le fondamenta della democrazia. E oggi, a questa necessità, provvedono essenzialmente – in un modo che mi rifiuto di commentare – i social media.

Un tema fondamentale sembra essere quello della sconfitta: cosa simboleggia per lei?

Nella società in cui chi non vince non vale niente, la sconfitta ha smesso di essere un valore pedagogico. I nostri figli crescono con arroganza perché non gli insegniamo a perdere, non trasferiamo loro il valore etico alla base di una sconfitta. Il protagonista del mio romanzo, Alberto Arioli, perde da se stesso e dalla vita, per poi rendersi conto che non è così drammatico ammettere di essere stato sconfitto, che anzi esiste una liturgia e una dolcezza nella sconfitta che nessuna fase della vita può restituire. Non con la stessa verità.

Qual è lo scopo della letteratura?

Anni fa le avrai risposto senza alcuna esitazione. Lo scopo della letteratura è quello di migliorare il mondo, di cambiarlo. Poi però guardo il dittatore della Corea del Nord e mi sorge il dubbio – più che fondato – che non abbia mai letto La recerche di Marcel Proust, ed allora mi assale il sospetto che né la letteratura né la cultura possano più cambiare il mondo. Possono attraversarlo, come dice il grande Niccolò Ammaniti. Ma non cambiarlo, non incidere sul suo destino. A un narratore – ammesso che possa essere degno di questo sostantivo – non si chiede uno sforzo così grande, ma solo di fotografare con la dignità della scrittura ciò che gli sta intorno. Poi ci sono la densità del linguaggio, la trama e il tessuto. E la capacità di elaborare concetti credibili e assemblare tra loro parole mai banali e fuori posto. Insomma musica, quindi matematica. Io non credo nei corsi di scrittura, mi sbaglierò ma non ci credo: credo nel talento grezzo, indomabile, come i bambini che fingiamo di educare ma che invece vogliamo solo piegare ai canoni della nostra comodità domestica. Il talento è anarchico, irregolare, disturbato, per questo di libri (veri) nella vita se ne scrivono tre, quattro al massimo.

 

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