Libri

“Tokyo transit”

9788898970711_0_0_300_80di Gabriele Ottaviani

Non siamo ancora alla resa dei conti, ai patemi notturni, agli occhi sbarrati verso il soffitto, alla fronte rorida sulla quale stingono, tardive, le mille domande del moribondo. Non siamo ancora al sangue nelle feci. Ma il concerto dei dolori mattutini, l’urlo dei polmoni contro il diaframma, il fiato corto e beffardo… informazioni che inchiodano Alberto al sospetto di una realtà che è ancora tutta da dimostrare. Quando è morto suo padre (dopo una tortuosa crisi respiratoria iniziata alle nove di sera e finita una manciata di secondi più tardi) Alberto ha partorito una risma di pensieri più o meno sciocchi, più o meno simmetrici al suo stordimento: il più tenebroso riguardava i singhiozzi di Giuliano – probabilmente se n’era già andato, ma il corpo continuava disperatamente a chiedere aria dal beccuccio in cui si erano trasformate le labbra. Huuc-huuc. Inspirazione forzata, difficoltosa, automatica. Il verso stridulo che viene fuori se metti insieme un tacchino e un attacco di panico. C’è sempre qualcosa di scioccante nel moribondo, di solito è ciò che si rifiuta di morire, questo rende i morti come gli strozzini: per vedere devi pagare, poi sconti a vita un interesse da capogiro. Effetti straordinari alla chiusura della bara, la mattina della cerimonia. Nessuno voleva assistere, ti pareva. C’era un nugolo di parenti, di là, asserragliati attorno a sua madre, tra gli sbuffi di sigaretta e il puzzo degli involti di friggitoria della nottata precedente. Alla fine si era deciso un cugino, qualche anno più giovane di lui. Il muto testimone dagli occhi vacui. Alberto aveva fatto cenno di cominciare. Non immaginava che avrebbero usato il saldatore. Già, il saldatore aveva definitivamente ucciso ogni speranza. Speranza di cosa, poi? Suo padre obliterato per sempre da una lama di zinco. Una visione insopportabile, ma Alberto, con lo sguardo incollato al volto di Giuliano che spariva dietro la sagoma di metallo, era comunque riuscito a formulare un lamento per Ida, Maddalena e Annamaria: non saprete mai che cosa vi state perdendo.

Tokyo transit, Fabrizio Patriarca, 66thand2nd. Un padre morto troppo presto, una madre anaffettiva, due sorelle che sono peggio di lei: questo è il mondo di Alberto. Quello di Thomas, se possibile, è ancora più banalmente squallido. Si conoscono fin dai tempi dell’università. Sono passati anni, ma loro sono ancora a metà del guado, impantanati in una serie di viluppi, di gorghi concentrici, spirali di fango che li stringono sempre di più e li spingono sempre più giù, al limite di un’abiezione fatta di peregrinazioni spersonalizzanti a base per lo più di sesso e droga, mentre Tokyo, la metropoli delle metropoli, dove tutto è coazione a ripetere, li accoglie respingendoli e amplifica passo dopo passo la loro condizione di estraneità. La prosa di Patriarca, tagliente come vetro, gelida come il metallo, ritrae con una proprietà di linguaggio eccezionale, vastissima, iperbolica, caustica e demiurgica un’inusitata sfaccettatura della disperazione. Da leggere.

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