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“Profondo Sud”

41poErqABJL._SX321_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

A Muddy Waters, al secolo McKinley Morganfield, è dedicata una targa storica e pare che Billy Gibbons, l’eccentrico chitarrista della band texana ZZ Top, si sia fatto costruire una delle sue numerose chitarre da un’asse della baracca del Delta in cui Muddy aveva vissuto. Questa chitarra elettrica, chiamata semplicemente “Muddy Waters Guitar”, è uno dei pezzi forti del Delta Blues Museum, l’interessante museo che oggi si può visitare a Clarksdale e che ospita memorabilia e reliquie varie, oltre che vere e proprie performance di musicisti blues contemporanei. Malgrado il tentativo di rianimare la città e l’area circostante, si ha la forte percezione di trovarsi in una zona depressa. In fondo, il locale più noto della città è “Ground Zero”, una sorta di juke joint moderno, finanziato da Morgan Freeman che, come pure il drammaturgo Tennessee Williams, a Clarksdale ha vissuto lungamente. Nel suo locale quasi ogni sera si tiene un concerto blues e nessuno direbbe che si tratti di un club voluto da una star di Hollywood, anche se, rispetto ai sempre più rari juke joint originali, qui il lusso la fa da padrone. Nel senso che i juke joint rimasti sono bettole di infimo ordine in cui la parola igiene non è nemmeno un optional. Uno dei pochi a essere rimasti è il “Red’s Blues Bar”, un buco gestito da Red, un tipaccio, nemmeno facile da trovare. Se volete una vera esperienza blues, forse il posto fa per voi. Se siete schizzinosi, lasciate perdere. L’altro posto assolutamente da non mancare di visitare, se avete voglia di portarvi a casa qualche gemma rara della discografia contemporanea del blues, è il “Cat Head Delta Blues & Folk Arts”, un tempietto del blues fondato da Roger Stolle, un dirigente di successo, che un bel giorno si rese conto di essere stanco della vita che stava conducendo, mollò tutto e, con il gruzzoletto raggranellato fino a quel momento, si trasferì a Clarksdale, inseguendo un sogno: fare della sua passione per il blues una missione e una professione.

Profondo Sud – Un viaggio nella cultura del Dixie, Seba Pezzani, Giulio Perrone editore. Il sud degli USA, i cosiddetti stati della Bible belt, del segregazionismo violento e protervo, della secessione, della tanto discussa bandiera confederata, che nell’immaginario collettivo ormai però forse sovviene alla mente quasi solo per il tramite della televisione, e dunque per il tettuccio dell’auto dei protagonisti di Hazzard, dell’economia di piantagione, che sia cotone o tabacco in fondo non troppo importa, dei paesaggi sconfinati, del sogno americano declinato attraverso un ideale di autodeterminazione che vede spesso e volentieri lo stato come un nemico impiccione, è una terra di frontiera e transizione, dove fanno il nido, come le gru in quel Kentucky ritratto anche da Harriet Beecher Stowe nel suo capolavoro mentre migrano dirette al meridione per svernare, tante storie. Che passano attraverso usi, costumi, tradizioni locali. Che si esprimono pure mediante una musica dalle note struggenti, dolorose, lancinanti, intense, esotiche e selvagge, intrise di rimpianto, nostalgia e, nonostante tutto, speranza. In prospettiva diacronica e diatopica Seba Pezzani, cantante, chitarrista, traduttore, interprete e molto altro, conduce per mano con limpida sicurezza il lettore lungo il Mississippi dei battelli a vapore à la Steamboat Willie, di Tom Sawyer, Huckleberry Finn e Mark Twain, nella Louisiana di 12 anni schiavo, nell’Alabama di Harper Lee e Truman Capote (nativo però di New Orleans), nella Carolina di Caldwell, per le strade battute da Faulkner, Lansdale, Wallace, Williams, Deaver e non solo, attraverso un sentiero lastricano di suggestioni che tratteggiano il ritratto di un mondo che è interessante e importante conoscere. Da non perdere.

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One thought on ““Profondo Sud”

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