dialettologia, le parole della domenica

“Bandu”

sole-2di Giuseppe Mario Tripodi

Bandu, bandiari, banditta: il percorso è lungo. Volendo essere fanatici potremmo partire dall’antico assiro Banu, i cui significati (splendido, magnifico) sono attributi del Sole, poi trasfuso nell’accadico ban, banu,  il rischiaratore  e, come il Sole, propiziatore della fecondità oltre che costruttore, con tutto ciò che di sacro c’era nell’attività di costruire.

E, a proposito dell’attività di illuminare, arriviamo al sclavus nomenclator che, nei  banchetti dell’età classica romana, annunciava ad alta voce le portate che il convitato si apprestava a mangiare; da quell’annuncio deriva l’italiano imbandire (tavola imbandita, tavola che il banditore annunciava essere pronta) che deriva da Bandisone o Imbandigione, ordine con cui le portate venivano recate dalla cucina alla sala da pranzo nei banchetti rinascimentali; voci che potremmo tradurre con menu, che a sua volta deriva da minuta, una sorta di miniaturizzazione vocale, e poi scritta, delle portate.

E si giunge così all’età feudale in cui il bannus corrispondeva al potere generale di comando (pubblico e privato) del signore su vassalli e contadini relativo agli obblighi di reclutamento militare (il futuro bando di leva), agli obblighi economici (macinare nel mulino signorile, fornirsi di pane e vino nel forno e nella taverna bannale), a pagare le decime, a pagare le attività di giustizia svolte dallo stesso signore.

Sicché quando il signore esercitava la giustizia e condannava qualcuno si diceva che lo stesso era colpito dal banno, quindi bandito; in questo caso è verosimile che il dispositivo della condanna fosse gridato da un banditore per i luoghi (paese, contrada, campagna) dove fosse inteso sia dall’interessato, che si doveva adeguare alle prescrizioni, e sia dai suoi vicini e parenti che erano così avvisati a non favoreggiare il perseguito, pena la propria banditura (in questo caso la radice ban-d si intersecava con il suffisso gotico –wo che significa segnare, additare che i bulli romani usano per escludere per indegnità da una comunità (la banda di quartiere, il tifo organizzato, l’estremismo razzista).

Anche le città libere disponevano del potere di banno sulla campagna circostante (contado, da cui contadini, lavoratori del contado) e lo esercitavano come i signori (Ban-lieu, potere di banno della città su un dato luogo).

Il potere di banno si esercitava dunque su tutti i sottoposti ed era perciò generale, da cui deriva l’aggettivo banale.

         Per tornare all’oggi il potere ha le sue bandiere, che sono i segni e guarniscono i luoghi in cui il potere è installato (Tribunali, Municipi, Ministeri, Presidenza della repubblica, del Consiglio, Parlamento etc. etc).

Nel bandu calabrese si mescolano molti dei significati che abbiamo rintracciato: il bandiatùri, che in genere viveva di espedienti ma doveva avere una voce buona, si spostava da una piazza all’altra (prima i paesi erano raccolti e meno rumorosi ed era facile farsi sentire anche senza altoparlanti) e bandiàva anzi  jettava u bandu: “Sintìti! Sintìti! Stamatina! A casa ‘i Càrrici! Piscistoccu bonu! Jancu com’a cira!”.

Gli annunci erano dunque di tipo economico-commerciale: il pesce portato dalle barche “ ‘a riba!”(lat. ripa),  la frutta e la verdura fresca a casa degli ortolani, la carne di bovino che un contadino aveva macellato in seguito alla frattura di un arto, ma anche notifiche di atti comunali (bandi militari, l’interruzione dell’erogazione di acqua per un guasto o per lavori, tasse, apertura scuole, disinfestazioni).

Riteniamo che anche gli annunci  di matrimonio venissero fatti o, quanto meno, integrati a voce. Infatti il maggior timore per le famiglie dei nubendi era quello che, dopo gli annunci rituali, il coniugio non andasse in porto e toccasse rimuginare questa amara considerazione: “Fìcimu, fìcimu e poi restammu ch’i bandi jettati!”.

Chi fai? Jetti u bandu?”  “Non ti bastau quantu bandijasti?” “Ancora va bandijandu?”, si diceva a chi parlava a voce alta di cose anche delicate senza vergogna che gli estranei sentissero e prendessero “un pani di sangu!” dalle disgrazie altrui.

Ma si usava anche “banditta!”, parola magica che inchiodava chi aveva pronunciato un impegno e non poteva più tirarsi indietro: “Dumani mangiàti ‘nti mia!”; “Banditta, allura prepara cosi boni!”.

Il banditore del paese di Pozzomaggiore, in Logudoro, nel cui liceo scientifico tanti anni fa iniziò la carriera di insegnante di matematica e fisica della mia compagna di viaggio, mi ha inconsapevolmente erogato le primissime lezioni di lingua sarda;  aveva collocato sul tetto di una casa un altoparlante collegato con uno sgabuzzino dal quale, con l’ausilio di un amplificatore, diffondeva gli avvisi.

Ancora mi pare di sentirlo: “Custu manzanu, a sas undichi, in sa buttega de Elisabetta Saccu, aranzu taroccu, aranzu vaniglia, finoggiu tattaresu, mandarinu campidanesu, caulu a fiore, caulu a uppu, calzoffa de S’Alighera, banana onnannaresa …

Custu manzanu, a mesu die, mattimene e polcu, mattimene ulu, petta de anzone, petta ula, petta e caddu in sa macelleria de Giuannanzelo Oppes! … 

Custu manzanu, in su melcatu, pische oristanesi, zarrettas, ambiddas, sardinas… in su bancu de Billia Scudinu!…          

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