Intervista, Libri

Annalisa Beghelli: “Raccontare la malattia a partire dalle emozioni”

9788869450457_0_0_300_80.jpgdi Gabriele Ottaviani

Annalisa Beghelli è l’illustratrice del bellissimo Milo e il suo castello, che Convenzionali ha recensito per voi. Perché ha scelto di diventare illustratrice?

Mi sono laureata in Architettura nel 2006 ma ho sempre amato disegnare. Per me è sempre stata una forma di comunicazione primaria perché sa parlare a tutti, indipendentemente dall’età o etnia. Non posso dire che la mia sia stata una scelta consapevole, perché il passaggio dall’architettura all’editoria non è stato qualcosa di molto pensato! Mi si è presentata un’occasione e, aiutata dal consiglio di amici e famiglia, mi sono buttata, cosa che faccio sempre davanti a decisioni importanti: ho seguito l’istinto, anche se ha significato rinunciare a ciò per cui avevo studiato, a un posto di lavoro certo e anche vivere momenti di incertezza non facili. Ma non rinnego niente, anzi oggi quella stessa attitudine alla progettazione e creatività mi sta aiutando molto a costruire una figura professionale completa e trasversale, che mira a fare dell’illustrazione editoriale una innovativa modalità per le aziende di fare marketing e che chiamo “educational marketing”.

Come si riesce a dar forma alle parole attraverso le immagini?

Penso che nell’immaginare un’illustrazione la prima cosa che mi succede sia di trasformarmi in un pozzo da cui attingo quei riferimenti, i colori e le forme che sento più vicini al messaggio del testo. Ma per realizzare un’illustrazione che sia anche buona questo passaggio non basta, bisogna uscire dalla soggettività e cercare di capire se quel segno e quel colore possano avere lo stesso valore per il numero più ampio di persone: faccio tanta ricerca e ogni volta arrivo a un risultato diverso, a volte anche stilisticamente. La riconoscibilità di un segno è importante e anche naturale, ma credo che il potere comunicativo di un’immagine non possa essere ingabbiato in una serie di codici sempre uguali. Forse la verità è che sono troppo architetto per rispondere a questa domanda!

Perché ha scelto di partecipare a questo progetto?

Carthusia Edizioni compie 30 anni di vita e a molti suoi collaboratori è stato chiesto di dedicare un pensiero. Io ho scritto che per me è stata come una Grande Mamma, perché mi ha accolta in un mondo che non conoscevo e mi ha fatta crescere molto. Il primo progetto fatto insieme, “Il gatto che aveva perso la coda” per aiutare i bambini oncologici ad affrontare il percorso della radioterapia, ha dato origine alla collana delle Storie al Quadrato di cui “Milo e il suo castello” fa parte: la collana nasce dalla visione condivisa dello storytelling come qualcosa di potente, magico e universale, capace di aiutare i bambini e le loro famiglie a comunicare un disagio facendo riferimento solo alla forza delle emozioni. Questo è un valore aggiunto inestimabile, professionalmente ma anche umanamente e culturalmente, talmente radicato nella mia idea di comunicazione che sto cercando di portarlo dal mondo dell’editoria a quello commerciale/aziendale.

Come si può raccontare la malattia e l’importanza della cura di sé attraverso un disegno?

Credo che non ci sia un modo univoco per rispondere, nel mio caso l’ho fatto cercando di lavorare non tanto sul significato di malattia ma sulle emozioni che questa suscita, nei bambini così come nelle persone che gli stanno accanto. Nel focus group che abbiamo radunato all’inizio del progetto di “Milo e il suo castello”, composto da genitori di bambini affetti da Fibrosi cistica, psicologi e medici del Gaslini di Genova, è da subito emersa una grande spontaneità e normalità: si pensa sempre che chi vive esperienze simili non abbia una vita normale, ma io dico sempre che la normalità non esiste, esiste solo la frequenza con cui le cose accadono. Penso che nelle mie illustrazioni ho voluto riportare in primis il grande amore che accompagna le vite di queste famiglie e di tutti gli operatori che li aiutano, la tenerezza e speranza che stanno dietro ogni abbraccio e terapia respiratoria che quotidianamente fanno, il gioco in cui si cerca di trasformare la noia che sta dietro la continuità delle cure e l’indissolubilità di un risultato importante raggiunto con grande coraggio e determinazione.

 

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