Cinema

“Quello che so di lei”

201715212_2_img_fix_700x700.jpgdi Gabriele Ottaviani

Una, Claire, ha quarantanove anni. E l’altra le dice che continua, come quand’era ragazza, prima che non si frequentassero più, prima che una si desse alla macchia sentendosi infelice e che l’altra restasse sola sentendosi tradita, a dimostrarne un po’ di più. Ma non è vero, è solo molto semplice, acqua e sapone. Non beve, a parte qualche rarissima occasione, in cui l’alcol le dà subito alla testa, è posata, ma ogni tanto fa cose inaspettate, non fuma, mangia cibi sani e sobri (ma il caviale non le dispiace). Gira in bicicletta, non ama guidare, specie se l’auto non è sua, rispetta i limiti di velocità e non parcheggia mai in divieto, perché non si fa e perché non vuole essere multata. Non ha un uomo accanto. Almeno per il momento. È un momento un po’ lungo, ma capita nella vita. Così come un giorno può accadere di incontrare un camionista (uno sfizio che l’altra non si è mai tolta…) dall’aria simpatica… Ha un figlio che ha cresciuto senza alcun aiuto, il quale, con qualche perplessità, perché il sogno della chirurgia è più della mamma che suo, studia medicina e aspetta un bimbo dalla sua fidanzata. Ha un giardinetto presso il fiume che cura con amore, un orticello fiorito lambito dalla Senna, e una umile ma dignitosissima casa al quarto piano di un palazzo-alveare a Mantes-la-Jolie, che ha un nome più allegro di quanto non sia in effetti, a metà strada tra Parigi e Rouen. Lavora in ospedale. Fa nascere, porta la vita e porta alla vita. È ostetrica. In francese, Sage femme (l’intestazione originale della pellicola, passata anche per la scorsa edizione della Berlinale e qui in sala a partire dal trentuno di maggio, a chiudere il mese della festa della mamma, col titolo, interessante, specie se in relazione alle consuete versioni dal francese, di Quello che so di lei). Camice rosa e tanto cuore. Il reparto di maternità del suo nosocomio, per le solite, comunissime e aberranti logiche contemporanee che vogliono fare della sanità, come pure per esempio della scuola e in generale di tutto ciò che è pertinente allo stato sociale, prima di tutto una fonte di mero profitto economico, sta per chiudere. È una donna che sa cosa significhi prendersi cura. In primo luogo, naturalmente, degli altri. Mettendosi da parte. Donando senza aspettarsi di ricevere. Perché è il suo dovere. Perché non sa fare altrimenti. Perché è giusto così. Ha una madre rabbiosa verso il mondo con cui non ha nulla in comune. Un padre morto. Fragile. Bellissimo. Nuotatore straordinario. Ha vinto varie volte i campionati francesi. È stato alle Olimpiadi del millenovecentosettantadue, quelle di Monaco di Baviera, quelle dell’orrore di Settembre Nero, dei costumi ridottissimi che adesso fanno sorridere e di Mark Spitz (che ricorda in modo impressionante, così come pure incredibile è la somiglianza con il già nominato figlio di Claire, Simon), e non certo come semplice comparsa nella vasca con le corsie, anzi. Un padre, Antoine Breton, che si è ammazzato per amore. Sparato in petto. Un colpo, e via. Cremato, le sue ceneri navigano nel grande fiume ritratto da Monet, Piranesi, Renoir, Seurat in cui si specchia Notre-Dame. L’altra, invece, Béatrice, va per i settanta. Anche lei è molto bella, ma decisamente più appariscente. Veste con colori sgargianti, fantasie vistose. Indossa gioielli che non possono passare inosservati. È biondissima e non sopporta di avere i capelli sporchi o in disordine. Ha aggiunto un suffisso slaveggiante al suo cognome perché voleva passare per una nobildonna dell’Est invece che per la figlia d’una famiglia umile cresciuta nella sola stanza di una portineria d’un’eleganza senza ricci. Fuma una sigaretta dietro all’altra. Passa il tempo nelle bische tra un due di cuori e un fante di picche. Gira con un mare di soldi in tasca, per lo più contanti di grosso taglio. Ha talmente paura della solitudine da eccedere in generosità, specie con chi non se la merita. Perché chi ha il cuore d’oro tiene a freno gli slanci in cui lei viceversa butta il suo oltre l’ostacolo. Soprattutto quando vede impermeabili stropicciati, per giunta beige, o camicette che non siano di seta. È talmente sul punto di sgretolarsi che ha bisogno di apparire forte. È malatissima e sostiene di essere senza alcuna speranza, ogni due per tre è un tanto ormai…, pensa sempre al suo funerale, a che modello di bara comprarsi (non vuole spendere troppo: non è certo tirchia, ma nemmeno senza cervello, e poi, ora come ora, esistono anche sacelli biodegradabili…). Però, al limite, se dovesse essere d’impiccio può essere tranquillamente buttata a fiume pure lei, dice. Tanto di qualche morte tocca morire, meglio godersela fino all’ultimo prima che sia troppo tardi. Non, elle ne veut pas regretter rien. Beve vino rosso. Pasteggia a base di grassi saturi. Più son saturi, più ci pasteggia. Nutrendo il suo tumore al cervello in modo pantagruelico. Biscottini, formaggio, burro, cioccolata, omelette, patatine fritte con maionese, bistecche alte quanto una vacca intera, e su due zampe. Mette su dischi di Serge Reggiani e altri cantautori dell’età d’oro della musica leggera d’oltralpe, canta, balla, ride, piange, dice all’altra, cui è piombata in mezzo all’esistenza fra capo e collo dalla sera alla mattina, che è troppo ligia, seria e affidabile e che nessuno le darà una medaglia per questo, che si veste come un’educanda depressa, che deve piantarla con quel riso integrale che sa di cartone, smetterla di portare la macchina come se fosse una lumaca con la sciatica e di aver paura di meritarsi la felicità. Lei, invece, irresistibilmente pazza, teneramente folle, infantilmente e involontariamente inopportuna, pasticciona lucidissima, talmente sopra le righe che veleggia leggiadra direttamente su un altro quaderno, se la spassa pure al volante di un autoarticolato. Cantando, per giunta. Ti aspetteresti che dica che la felicità sia nelle tovaglie di Fiandra, insomma… Ha avuto tanti uomini ma uno solo ha contato per lei. Lo sta cercando per fare pace. Ma… Tutti i ramoscelli narrativi che spiccano dal tronco centrale della storia purtroppo sono spesso incoerenti: ma Olivier Gourmet (La promesse, Rosetta, Sulle mie labbra, Il figlio, L’enfant, Due giorni, una notte, La ragazza senza nome) pur non avendo un gran ruolo si conferma bravissimo, e soprattutto la classe interpretativa di due signore come Catherine Frot (Mio zio d’America, La cena dei cretini, Dopo la vita, Lezioni di felicità, La cuoca del presidente, Marguerite), che ha il ruolo più difficile, perché privo del bagliore dell’eccesso, e Catherine Deneuve (Il vizio e la virtù, Bella di giorno, Mayerling, Tristana, La cagna, Je vous aime, L’ultimo metrò, Speriamo che sia femmina, Indocina, Ma saison préférée, Les cent et une nuits de Simon Cinéma, I misteri del convento, Les voleurs, Place Vendôme, Un film parlato, Dancer in the dark, 8 donne e un mistero, Racconto di Natale, Potiche, L’eletto, Après lui, Dio esiste e vive a Bruxelles) rende i loro duetti piacevoli e brillanti.

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