Libri

“Galizia”

9788899911034.MAIN.jpgdi Gabriele Ottaviani

Dalle sue mani era uscito un orizzonte infinito per gli uomini della frontiera e, intorno, una nobile ghirlanda di boschi verdi e azzurre colline. E quando camminavano nell’ombra degli abeti potevano persino credere di essere prediletti da Dio: purché la preoccupazione quotidiana del pane per moglie e figli permettesse loro di riconoscere la divina bontà. Ma essi andavano nelle abetaie per procurarsi il legname da vendere, non appena si approssimava l’inverno, alla gente di città. Poiché commerciavano anche in legname. Commerciavano, del resto, in coralli per le contadine dei villaggi limitrofi e anche per quelle che vivevano al di là del confine, in territorio russo. Commerciavano in piume da coltre, in crine di cavallo, in tabacco, in verghe d’argento, in gioielli, in tè cinese, in frutta del meridione, in cavalli e bestiame, in pollame e uova, in pesce e verdura, in lana e juta, in boschi e terreni, in marmo italiano e capelli umani della Cina per fare le parrucche, in filugelli e seta, in stoffe di Manchester, in pizzi di Bruxelles e in galosce moscovite, in lino di Vienna e piombo di Boemia. Nessuna merce, per meravigliosa o povera che fosse, fra quante di cui è ricco il mondo, era ignota ai mercanti e mediatori di quelle parti. Ciò che, in base alle leggi vigenti, non potevano ordinare né vendere, se lo procuravano e lo rivendevano ugualmente, alla svelta e di nascosto, con astuzia e calcolo, audacia e accortezza. Anzi, più d’uno fra loro faceva mercato di uomini, uomini vivi. Spedivano disertori dell’esercito russo negli Stati Uniti e giovani figlie di contadini in Brasile e Argentina. Avevano agenzie di navigazione e rappresentanze di bordelli stranieri. Eppure i loro guadagni erano miseri ed essi non avevano idea dell’abbondanza e del lusso in cui si può vivere. Le loro menti, così affinate ed esercitate nel trovar denaro, le loro mani, che sapevano trarre oro dalla ghiaia come si traggono scintille dalle pietre, non erano capaci di procurare gioia ai cuori e salute ai corpi. Erano figli della palude di uomini di quelle parti.

Galizia – Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa, Martin Pollack, Keller, traduzione di Fabio Cremonesi. Se si pensa alla parola Galizia ora forse viene in mente soltanto una regione della Spagna, la sua più estrema propaggine nordoccidentale, tra l’oceano e il Portogallo, con una lingua tutta sua e chilometri e chilometri di coste frastagliatissime. Ma se si fa un po’ mente locale non è difficile, se si è lettori appassionati per esempio di narrativa di origine ebraica, che sovvenga al livello superficiale del pensiero il nome di un’area incastonata nel centro dell’Europa, che è stata ambientazione ideale, sfondo, paesaggio e personaggio per tante vicende, individuali, familiari, collettive, storiche e personali. Martin Pollack, con una prosa asciutta e convincente, leggibile e chiara, precisa e accurata, dà vita a un vero e proprio reportage narrativo in una terra che ha saputo simboleggiare e declinare in un modo tutto suo il tema del confine, del contatto, del conflitto, un luogo fertile da ogni punto di vista, un posto dove popoli, culture e fedi differenti hanno potuto trovare legittima cittadinanza, ma hanno anche dovuto resistere strenuamente ai venti turbinosi della storia. Da leggere.

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