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“La natura dell’amore”

natura amoredi Gabriele Ottaviani

Era un’ultima camminata per salutare mentalmente quei luoghi prima di riprendere la macchina in affitto e tornare a Lakselv, dove con un volo interno sarei arrivato a Tromsø per passare il Grunnlovsdag (la Festa della Costituzione) con gli amici. Salutai la donna che mi aveva ospitato – un’anziana amica di un’amica di un’amica con una gamba rotta, che aveva acconsentito a lasciarmi trascorrere una settimana in uno dei suoi chalet per le vacanze anche se era fuori stagione e, come disse lei, con «la stufa fredda» – e non mi preoccupai più di tanto quando, rovistando fra le mie cose, mi accorsi di aver perso la bussola. Non controllai neppure le previsioni del tempo. Semplicemente me ne andai. Ero stato bene nella zona intorno a Kautokeino, ogni giorno una camminata sui sentieri segnati nella tundra deserta o lungo il fiume, l’ultima neve non ancora sporca che scintillava al sole di mezzogiorno, anche se i cieli notturni erano già bianchi, con un sottile grigiore che si diffondeva sul piccolo lago nelle prime ore del mattino e tutti i segni del grande disgelo in arrivo. Era questo il motivo per cui ero andato così a nord, per vedere, o meglio, per sentire il disgelo: mi avevano raccontato dello strano rumore che provoca la neve quando finalmente allenta la sua morsa sul Finnmarksvidda – un suono dolce e melodioso che a volte si sente con una certa chiarezza, se si riesce a stare fermi e in silenzio abbastanza a lungo – e benché possa apparire eccentrico viaggiare per migliaia di chilometri al solo scopo di sentire la neve che si scioglie, era questa la vera, anche se segreta, ragione del mio viaggio. Ormai ero stato al Nord diverse volte e sapevo che in quei posti il silenzio che si sente all’inizio in realtà è un tessuto sfumato in cui si intrecciano lontani e fievoli mormorii: le voci disumane portate dal vento; la soffice, distante pulsazione, impossibile da identificare, che proviene da un bosco di betulle vicino a Karasjoka; le grida di una ragazza affogata secoli prima che chiama fra i brontolii e i rombi del fiume Alta a Pikefossen. Quella volta speravo di starmene sull’altipiano ad ascoltare la musica del disgelo, ma inaspettatamente era tornato il freddo intenso e neanche a metà camminata cominciò a nevicare, dapprima lentamente e poi all’improvviso a raffiche veloci e molto fitte, così quando alla fine mi accorsi di aver lasciato il sentiero – forse lo avevo abbandonato già da un po’ – non potei seguire le mie orme per tornare su un terreno sicuro. Per diversi minuti l’idea di essermi perso mi sembrò talmente assurda che non volevo crederci. Anche quando realizzai in che situazione mi trovavo, non provai che una brevissima sensazione di panico, e non per qualche motivo sensato, ma perché dovevo restituire l’auto la mattina dopo e se non tornavo in tempo per chiamare a casa mia moglie si sarebbe preoccupata. Dopodiché mi pervase la calma e anche se so benissimo che può sembrare strano, devo confessare che provai qualcosa di simile alla felicità. Ero perso – non poi molto a dire il vero – nella tundra subpolare con la neve che cadeva, la visibilità dimezzata rispetto a quando mi ero messo in marcia ed ero felice. Soltanto ore dopo, quando mi ritrovai seduto in macchina intirizzito dal freddo e dolorante per la fatica, mi resi conto della paura che avrei dovuto provare. In quel momento, a ogni modo, la prima emozione riconoscibile che provai fu la serenità di essere a questo mondo, di essere un filo all’interno del suo tessuto, forse sciocco e vulnerabile ma vivo e più consapevole di quanto fossi stato da tanto tempo. Di certo mi sentii più vero di quanto mi fossi mai sentito a casa mia. Ero una creatura persa, felice di sentir rivivere i sensi anche se in un posto dove non mi raccapezzavo affatto e avrei potuto letteralmente scomparire. Quello stato di euforia non durò molto, beninteso, e mi posso ritenere fortunato se sono riuscito a sfangarla.

La natura dell’amore, John Burnside, Fazi, traduzione di Giuseppina Oneto. Cos’è l’amore? A saperlo… Definirlo, squadrarne la forma informe, parlarne con piena e totale cognizione di causa… No, non è possibile. Perché ogni amore è uguale, e al tempo stesso differente, unico, infinito eppure rinchiuso stretto stretto nell’intimità più cara al cuore di ognuno, insostituibile e indispensabile, necessario come qualcosa che non solo aggiunge vita ai giorni, ma costituisce l’essenza medesima dell’esistenza stessa, la completezza dell’uno, la quadratura del cerchio, l’intero che si fa, se possibile, una somma maggiore di più totali. Se la natura delle cose è sin dalla notte dei tempi, e dall’alba della filosofia, ciò che l’uomo cerca di indagare, conoscere, comprendere, capire nel profondo, per dare e darsi un senso, figuriamoci dunque se non possa essere un’innata questione quella che ci si pone in merito al più naturale, immediato e al tempo stesso misterioso e rivoluzionario dei sentimenti. Che però, come ognuna delle cose delle umane sorti, si comprende pienamente forse solo quando è perduto, vagheggiato, confinato in un ricordo struggente e straziato, perché è la distanza ciò che permette alla prospettiva di considerare perfettamente ogni dettaglio, di avere una visione d’insieme ampia e adeguata. Il viaggio nel quale Burnside accompagna con stile elegante e raffinato il lettore, concedendosi anche numerose digressioni nell’esposizione della nevrosi, che pare quasi il primo motore immobile di molte delle azioni e di numerosi atteggiamenti e comportamenti dell’autore, è un percorso di coscienza e autocoscienza mediante il quale si prende consapevolezza del valore fondante della memoria e del mistero che appartiene all’emozione, che si può vivere ma non spiegare del tutto. In questa carrellata di donne amate e perdute spicca luminoso il legame che ne unisce le figure, il senso della perdita e della rimembranza, della magia ammaliante e misterica dell’amore, che davvero forse può generare incantesimi, come nell’epifanica canzone di Nina Simone da cui tutto prende le mosse. Splendido.

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