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“Da Mozart a Beethoven”

caffè-filosofi-rohmer-mozart-beethoven.indddi Gabriele Ottaviani

Non sono certo che i quintetti possano essere considerati i più mozartiani tra le opere di Mozart, ma in ogni caso non si possono paragonare a ciò che hanno fatto altri musicisti con ciò che fece Mozart stesso. È chiaro che non avrebbero potuto avere presso di lui un seguito, dato che sono opere della fine. Non danno l’impressione per tanto, come gli ultimi quartetti di Beethoven, come il coronamento di una ricerca di cui è possibile seguire le tracce. Non hanno neanche alcuna aria familiare con le altre opere contemporanee del musicista, ad esempio i quartetti composti per Federico Guglielmo, re di Prussia. Si deve al loro assoluto classicismo alla loro perfezione formale, in cui non si rivela mai il lavoro, ma si afferma il risultato, di non aver influenzato direttamente la storia della musica. Il genere del quintetto d’archi venne trascurato il secolo seguente, a beneficio del quartetto, e conosciamo solamente quattro opere famose scritte per questa formazione: il Quintetto in do op. 163 di Schubert, le due di Brahms, op. 88 e op. 111, e quella di Bruckner, mentre i quintetti per piano di Schumann o di Franck appartengono a tutt’altro genere musicale. È paradossale che in questo genere bastardo, specifico a quanto pare della serenata e ad effetti brillanti, Mozart abbia realizzato la musica più decantata, la più ambiziosa. È oltremodo strano che l’aggiunta di un ulteriore strumento, una seconda viola, a quest’insieme perfettamente equilibrato che è il quartetto, non abbia portato a un effetto concertante, o a un po’ di pesantezza e confusione. Al contrario, Mozart è stato spinto verso una via totalmente opposta. Sembra che abbia intuito, prima di Beethoven, l’importanza dell’effetto della massa, mezzo impuro, se si vuole, ma in questo caso messo al servizio di una ricerca più grande di purezza, perché permette di affinare al massimo il materiale musicale, senza dare l’impressione di povertà.

Da Mozart a Beethoven – Saggio sulla nozione di profondità nella musica, Éric Rohmer, Mimesis. A cura di Andrea Mello. Regista. Sceneggiatore. Scenografo. Montatore. Critico. Scrittore. Semplicemente ha saputo eccellere sempre è comunque. La nouvelle vague è lui, come del resto il Re Sole sosteneva di essere lo stato, o De Gaulle la Francia nella sua pagina più nera, quando era sotto attacco da parte nazista. Il segno del leone, La fornaia di Monceau, La carriera di Suzanne, La collezionista, La mia notte con Maud, Il ginocchio di Claire, il miracoloso L’amore il pomeriggio, con la splendida Zouzou, La marchesa Von…, Perceval le Gallois, La moglie dell’aviatore, Il bel matrimonio, Pauline alla spiaggia, Le notti della luna piena, Il raggio verde, semplicemente perfetto, L’amico della mia amica, i Racconti delle quattro stagioni…: il cinema non solo europeo gli deve molto, per non dire quasi tutto. Ma Rohmer è stato anche un grandissimo appassionato di musica, tanto da comporla, perfino. E il suo straordinario senso critico non può non regalare al lettore un’esegesi diacronica profondissima e ricca di dettagli e suggestioni come lo è di primizie una cornucopia in merito a due dei massimi geni della storia, Mozart e Beethoven. Per certi versi differenti come nessun altro mai, per altri, insospettabilmente, ed è l’autore che induce alla riflessione, sorprendentemente simili. Da non perdere.

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