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“La Francia in nero”

9788831726641_0_0_300_80di Gabriele Ottaviani

Dopo la liberazione del paese, l’epurazione contro i vichysti e i collabos prende due forme, quella extralegale, compiuta soprattutto dai partigiani comunisti, e quella dei tribunali della repubblica ripristinata da De Gaulle nel 1944; ed è assai più intransigente rispetto ad altri paesi, l’Italia, per esempio, dove pure la dittatura totalitaria ha dominato a lungo e la guerra civile ha avuto un’ampiezza superiore a quella francese. L’epurazione è infatti un altro dei volti assunti dalla guerra franco-française: secondo una modalità tipicamente giacobina, gli epuratori si presentano come «patrioti» e gli epurati sono trattati come «traditori», il partito dello straniero. Dietro questa rappresentazione ufficiale si celano poi conflitti di tipo ideologico, sociale, antropologico, religioso fino a vendette private e, come tutte le epurazioni, essa procede più alla ricerca di capri espiatori da sacrificare che a punire i colpevoli di reati secondo un’idea di giustizia propria di tempi «normali». Reati che, per quanto riguarda i processi sommari istruiti dai partigiani, sono «politici» – la colpa è di avere sostenuto i tedeschi –, mentre nel caso dei tribunali regolari l’imputazione è di «intelligenza con il nemico», secondo il codice militare. Come tutte le epurazioni, pure quella francese si fa meno severa con il passare del tempo, fino a essere chiusa da un’amnistia. Vengono così colpiti più duramente, con la morte, i collaborazionisti processati per primi, al di là delle loro effettive colpe, e assai più blandamente quelli giudicati in un secondo tempo, spesso amnistiati e liberati dopo pochi anni di detenzione, anche se responsabili di crimini molto più gravi 1. Una particolarità dell’epurazione francese sta nella repressione di giornalisti, scrittori e intellettuali. Il Comité national des écrivains (Cne), nato con la Resistenza, guidato dal comunista Louis Aragon assieme a esponenti cattolici come François Mauriac e a gollisti come Jean Paulhan, già prima della fine della guerra ha stilato una liste noire di intellettuali macchiatisi di tradimento, tra cui compaiono Céline, Châteaubriant, Rebatet, Drieu La Rochelle, Maurras, Brasillach, ma anche scrittori non inquadrabili all’estrema destra come Giono e Henry de Montherlant. Finire nel mirino del Cne può condurre nel peggiore dei casi all’apertura di un processo e poi alla condanna a morte e nel migliore all’emarginazione dalle riviste e dalle case editrici. L’obiettivo del Cne non è infatti ottenere giustizia, ma collocare nei posti chiave della cultura gli intellettuali comunisti e i loro «compagni di strada», parte di una strategia più vasta che mira alla presa del potere; eppure l’epurazione è a giusto titolo severa verso gli intellettuali, perché essi hanno fornito un contributo essenziale alla collaborazione con i nazisti, in certi frangenti persino superiore al coinvolgimento dei politici.

La Francia in nero – Storia dell’estrema destra dalla Rivoluzione a Marine Le Pen, Marco Gervasoni, Marsilio. Era il millesettecentoottantanove, e all’antico regime veniva letteralmente mozzata la testa in un tripudio di coccarde, berretti frigi, bandiere tricolori e ideali di laicità che il paese di Marianna ha insegnato, proposto, riproposto, mostrato e raccontato al mondo moderno e contemporaneo. Poi ci sono stati il Terrore, l’impero, la restaurazione, la monarchia di luglio, il boulangismo, che nasce dalla sinistra, l’ondata di antisemitismo, il caso Dreyfus di cui parlò finanche Zola, l’Action française, il Bloc national, il fascismo francese di Taittinger, le leghe, Vichy, il collaborazionismo, il poujadismo, la Nouvelle droit, la radicalizzazione del Front national: in Francia la destra c’è e c’è sempre stata, come dappertutto, del resto, ma certo un conto è il gaullismo, un conto il lepenismo, come sappiamo ormai da decenni e come vediamo anche in questi giorni, visto che la campagna elettorale per le prossime presidenziali, in un paese agitato da numerosi scandali e sotto vile e continuo attacco già da tempo da parte del terrorismo internazionale che vede nell’Esagono un enorme nemico proprio perché simbolo sempiterno e fortissimo di autodeterminazione, è entrata nel vivo. Anzi, va detto che, come giustamente viene ribadito nel testo, parlare con una certa malcelata sicumera di populismo non solo sottovaluta ingiustificatamente la questione ed è un atteggiamento approssimativo e sbrigativo, ma anche del tutto sbagliato. Non è infatti Marine Le Pen ad avere imitato gli altri sodali europei, sono loro a esserne epigoni, ad averla presa come modello, vista la indiscutibile forza del suo movimento, vicino, almeno teoricamente, anche se la storia ci insegna che l’elettorato francese sa sovente fare fronte comune, al di là degli steccati ideologici, di fronte a quello che ritiene un comune avversario, alla possibilità di salire al potere in uno dei più importanti paesi dello scacchiere internazionale. E questo si capisce bene analizzando la già citata storia: anche se noi siamo abituati a considerare la Francia come il paese nel quale, per esempio, gli scioperi, tradizionalmente legati nell’immaginario collettivo alla tradizionale ideologia della gauche, si fanno comme il faut, non come da noi, solo nei prefestivi o quando fa più comodo e senza creare alcun disagio se non a chi deve lavorare e/o non può muoversi liberamente e in autonomia, in ossequio ai dogmi della sempre più radicata guerra fra poveri, infatti da Le Havre a Montpellier, da Brest a Strasburgo, la destra storica transalpina può vantare una continuità forse non sempre maggioritaria (ma in realtà è più Mitterrand un’eccezione nel novero dei presidenti…) ma certo senza eguali, che le hanno garantito un ruolo caratteristico anche nel proporre soluzioni ai temi economici, sociali e culturali posti al centro del dibattito dalla comunità. L’analisi degli autori è ampia e dettagliatissima, e fornisce un importante strumento per interpretare compiutamente, in ragione anche di quanto accaduto in passato, il nostro tempo. Da leggere.

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