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Premio Città di Castello – Intervista a Nicola Barca

logopremiodi Gabriele Ottaviani

Che cos’ha significato per lei il Premio Città di Castello?

Oltre all’emozione incontenibile, alla scoperta di avere conquistato, tra tanti validi concorrenti, una giuria prestigiosa e competente, ha significato la pubblicazione della mia opera con regolare contratto di edizione. Con un editore serio, profondamente umano e professionale. Vuol dire realizzare un sogno, la mia opera in libreria. Il mio libro tra le mani dei lettori. È un traguardo straordinario. È stato fondamentale. Non so se e quando sarebbe stato possibile altrimenti. Una gioia infinita. Sarò grato per sempre al Premio Città di Castello.

Com’è nata l’opera che l’ha portata alla vittoria, Acerbo e altri racconti?

A dicembre 2014, a 49 anni, inconsapevole, in un momento durissimo della mia vita, forse per sublimarlo, sopravvivere, ho scritto una favola. Prima di questa non avevo mai pensato di scrivere. La  favola è piaciuta. Agli amici, certo, ma come per magia ha acceso la voglia di raccontare. Inaspettata. A ottobre 2015 mi sono iscritto al primo corso di scrittura creativa. Considero questo il vero inizio. E stupito di quello che nasceva, nell’anno successivo ho scritto i racconti che ho presentato al Premio Città di Castello. Dai primissimi, i più brevi, agli ultimi, più strutturati.  Così nasce questo libro. Questo miracolo incredibile.

Per lei scrivere vuol dire…

Realizzare un sogno, sognato tardi. Ma forse proprio per questo, vero. Tanto più sorprendente. Ora è un bisogno vitale. Mi piace pensare che la mia opera susciti emozioni, faccia sognare. Scrivere è anche donare. Nascono storie in ogni momento. Amo scrivere, è la mia dimensione naturale. Vorrei un giorno fare solo questo.

Qual è il compito della letteratura?

Mi piace citare Daniel Pennac, la letteratura, ma ritengo valga per ogni forma d’arte, dona una tregua dalla fatica quotidiana. Immersi nella lettura ci si astrae da ogni peso e tormento. Vuol dire staccare e viaggiare, anche dentro se stessi. E alcune opere svelano emozioni che non sapevi ancora di poter provare, pensieri che non riuscivi a formulare, ti restano dentro. Ma ha anche la funzione di intrattenimento, di puro piacere della lettura, di far sorridere o palpitare.

Che consigli darebbe a chi volesse iniziare a scrivere?

A chiunque voglia scrivere consiglio di studiare, di frequentare corsi di scrittura. Quello che si ha dentro, prezioso, non è infatti sufficiente. Consiglio di iniziare con corsi base e arrivare ai corsi più intensi solo dopo, di non avere fretta. Scrivere ogni giorno. Scrivere mettendo in ogni riga se stessi. Onesti, senza schiacciare l’occhio alle tendenze o al mercato. Scrivere le storie che si sentono. E aggiungo il consiglio di uno dei miei docenti: partecipare ai concorsi letterari. Scrivere a tema, in un numero definito di battute, mettersi in gioco, è utilissimo. Oltre all’emozione di essere selezionati, o addirittura vincitori, i risultati danno visibilità, fiducia e autostima.

Quali sono i suoi libri e i suoi film del cuore, e perché?

La montagna incantata, di Thomas Mann; Opinioni di un clown, di Heinrich Böll; I fantasmi, di James Joyce; Memorie di Adriano, di Marguerite Yourcenar; Medea, di Christa Wolf e tutto Dostoevskij e Tolstoj. E John Fante. Per i film è più difficile, ma uno su tutti: Il concerto, di Radu Mihaileanu. Un racconto di J. Fante mi ha fatto ridere da solo di notte fino alle lacrime, mai più successo. Gli altri, mi hanno semplicemente avvicinato alla scoperta di me stesso.

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