Intervista, Libri

Gianni Tetti: “Scrivo per raccontare emozioni”

citazioni-1di Gabriele Ottaviani

È l’autore del dirompente Grande nudo, e noi di Convenzionali abbiamo il piacere di intervistarlo: grazie di cuore a Gianni Tetti.

Come è nata l’idea per Grande nudo?

Si è fatta strada lentamente. Avevo alcune immagini in testa, e la voglia di raccontare un certo tipo di storia, qualcosa di completo, senza paura delle emozioni. La prima immagine è stata quella di una ragazza distesa su un letto: la ragazza guarda il soffitto bianco della sua camera. Ha una brutta malattia, ma è stufa di essere vista come una malata e non come una ragazza giovane che vuole fare quel che fanno le persone della sua età: divertirsi, rimorchiare, sbagliare. La seconda immagine era quella di un bambino che vive chiuso in casa e guarda di continuo dalla finestra. Fuori il mondo va in briciole sotto i suoi occhi, e sembra che miracolosamente solo la sua casa resti in piedi, dentro casa la situazione famigliare vive dinamiche violente e animalesche. La terza immagine è una strada affollata di auto, bus e passanti, fa un caldo insopportabile, c’è un ingorgo enorme, quasi surreale, un bambino perde un palloncino rosso. Queste sono le tre immagini. Si può dire che l’idea nasce a partire da queste tre immagini.

Che significato ha il tempo per lei?

Nella narrazione non c’è tempo. O meglio chi scrive decide i codici secondo cui interpretare i passaggi temporali. Questi codici possono essere del tutto conformi a quelli che utilizziamo ogni giorno, o possono stravolgerli. In un libro come Grande nudo il passaggio di tempo è fondamentale, per cui ho cercato di farlo percepire chiaramente.

In generale, nei miei libri, il tempo è sempre un qualcosa che passa inesorabile, una chimera da inseguire per recuperare la dimensione umana, qualcosa che è sfuggito e lascia ricordi sfocati e rimpianti. Per un motivo o per l’altro i miei personaggi sono spesso in ritardo rispetto al mondo, alla proprie responsabilità, a se stessi. E questo li fa sentire inadeguati, a disagio. C’è sempre un tempo interiore, che oscilla, va avanti e indietro, segue il flusso disordinato dei ricordi, dei desideri e delle insicurezze, e c’è un tempo esteriore, freddo, perpetuo.

Cosa rappresenta la Sardegna, che nel romanzo sembra distopica, trasfigurata, surreale e al tempo stesso carnale, concreta, verosimile?

Tutto quello che ho scritto è ambientato in Sardegna. Se dovessi scrivere un western lo ambienterei in Sardegna, se buttassi giù una storia che si svolge su un’astronave, questa finirebbe per essere la Sardegna. Non è un luogo geografico, è uno stato, un modo di vedere le cose, è un campionario di volti e voci, di parole, modi di dire e di fare. In Sardegna risiedono anche i miei ricordi più puri, il mio nucleo ancestrale. Ambientare le storie in Sardegna per me è, in fondo, l’unico modo per sentirmi un narratore onesto, raccontando quel che conosco nel profondo. Tuttavia i miei non sono romanzi sulla Sardegna, ma sulla natura umana, in qualsiasi luogo. La Sardegna è il punto di partenza, il teatro.

Da cosa nasce la violenza?

La violenza nasce da noi. È insita nella natura umana, ne è una parte imprescindibile, una delle caratteristiche peculiari. Ci siamo dotati di strutture complesse al solo scopo di arginare questa violenza. Ma, a ben vedere, ci siamo riusciti solo in minima parte. In Grande nudo la violenza non è più presente o efferata di quanto non lo sia in una tragedia di Sofocle.

La figura di Maria ricorda al tempo stesso quella di una martire  e di un’amazzone: che rapporto ha lei col trascendente e la fede?

 

Sono battezzato e cresimato. Ho fatto anni di catechismo. Non credo più ormai da molti anni. Ma ho talmente fiducia nella contraddittorietà della condizione umana, nella sua fragilità, che non dispero di tornare a credere, prima o poi. Ciò che va oltre le capacità cognitive dell’uomo mi interessa, e non vedo perché si debba riportare tutto al concetto di divino, e legarlo alla fede. Il trascendente è molto altro. Credo nell’energia del mondo, dei luoghi, delle persone. Credo nel silenzio.

Sulla figura di Maria va detto che lei è certamente una risorta, e un’amazzone. Affronta un’esperienza che sarebbe corretto definire come un martirio, ma non l’ho mai vista come martire. La parola martire ha acquisito, in questi ultimi tempi, sfumature di significato nuove. Da un certo punto in poi del testo, ricorre in relazione ad alcuni personaggi. Più che un riferimento ai martiri della cristianità, o a una ipotetica via di sofferenza che porterebbe alla salvezza (tutte cose che portano in sé un messaggio morale in cui non credo), i martiri di cui parlo sono trasfigurazioni dei recenti martiri dell’Islam, che muoiono sotto le bombe o in missioni kamikaze, e dei martiri dell’Occidente, cioè i soldati che muoiono in guerra ancor più che le vittime degli attentati, che sono vittime ignare e innocenti. Insomma, il martirio a cui mi riferisco è una condizione che si crea nella testa di chi resta, per trovare un senso a un tipo di morte. Ma non trovo altro senso, nella morte, se non la morte stessa. Per cui, quando parlo di martirio, sto penosamente osservando l’uso della parola martire, quei corpi inermi che altro non sono che corpi inermi, e il nostro pietoso tentativo di rendere meno inutile una morte inutile.

Come si riesce a sopravvivere al dolore?

Restano ferite nell’anima. E per quanto ci si dimentichi, o si faccia finta di niente, certe ferite riprendono a sanguinare quando meno te l’aspetti. E non siamo più quelli che siamo stati prima. Il dolore, ogni dolore, ci cambia, ci indurisce, ma in fondo ci dà anche una possibilità di evoluzione, di crescita, di rivoluzione.

Qual è l’aspetto più importante nel racconto di una storia?

L’onestà. Che non significa scrivere cose vere o verosimili, ma essere onesti con il lettore, non imbrogliare, scrivere cose in cui si crede, e che si conoscono bene. Quando si riesce a essere onesti, anche i concetti complessi diventano semplici. La semplicità è un altro aspetto che non trascuro mai, quando inizio a scrivere un libro. Vado alla ricerca della semplicità. E non c’è niente di più difficile della semplicità. Questi gli aspetti principali, poi ci sono altri aspetti importanti. Per esempio in un racconto i personaggi sono fondamentali. Tutto è legato a loro. La fortuna di un buon libro la fanno personaggi indimenticabili. Ma come farebbero dei personaggi a esprimere loro stessi, senza una trama che valga la pena di essere seguita? Una storia non dovrebbe mai dare al lettore la sensazione di star lì a perdere tempo. Se ho la sensazione di perdere tempo, mentre leggo un libro, passo a un altro libro, o faccio qualcos’altro.  La trama deve rispettare il tempo del lettore. E per dare alla trama una forza del genere servono le basi, cioè serve un tema. Attenzione, il tema non è l’argomento. L’argomento si ferma in superficie, il tema va più in profondità, il tema indaga alla radice. E la radice per me sono sempre la donna, l’uomo, la loro natura, l’istinto. E poi c’è il ritmo. Il ritmo è fondamentale nella mia idea di scrittura. Batto sulla tastiera come se suonassi una batteria, cerco una lettura scorrevole, veloce, incessante.

Il suo linguaggio e il suo stile sono particolarissimi, oscillano tra lirica e scabra brutalità, dipingendo l’intera gamma delle umane sensazioni: perché ha scelto di narrare questa vicenda in questo modo?

 

Volevo scrivere un libro “completo” e lo stile è venuto di conseguenza. Le parti più liriche sono scritte nello stile che la scena, il momento o il personaggio richiedevano, così come le parti più asciutte. In un libro con così tanti personaggi e con una storia così piena, non potevo pensare di descrivere tutto con lo stesso stile. Mi sono fatto trasportare dalle sensazioni, a ogni personaggio ho dato una voce, a ogni storia un narratore, a ogni narratore il suo modo di raccontare.

Qual è il grande difetto della nostra società?

Ogni difetto nella società in cui viviamo è lo specchio delle imperfezioni della natura umana. Quindi, anche ogni tentativo di cambiamento, rischia fatalmente di tornare ai difetti originari, che sono tanti, non univoci, non schematizzabili. Ciò nonostante, io come tanti spero che qualcosa avvenga, ma non vedo molte possibilità di cambiamenti imminenti, e sono convinto che ogni cambiamento profondo possa esserci solo a seguito di processi lunghi e violenti (historia docet). Per questo credo che dovremmo aver paura di cambiamenti troppo radicali, perché potrebbero spazzare via anche noi (me, te, chi ci sta leggendo in questo momento). Personalmente mi spaventano la chiusura, la scarsa considerazione dell’altro, l’ignoranza che diventa paura e desiderio di sottomettere, la superficialità.

Che emozione spera di suscitare nei suoi lettori?

Scrivo per suscitare emozioni. Attraverso la scrittura, lavoro sulla trasmissione delle sensazioni. So che ci saranno, e saranno contrastanti. Spero di toccare dei punti vivi, di accelerare i battiti, di spaventare e far ridere, di commuovere.

 

 

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