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“M*A*S*H”

41FIZ+e9jNL._SX314_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

«Quell’Hammond…», disse Henry. «Come gli è venuto in mente di credersi un allenatore?» Il giorno dopo Occhio di Falco scrisse una lettera al capitano Oliver Wendell Jones per informarlo del piano. Esaltò le ideali condizioni lavorative alle Gambe delle Donne, descrisse in termini entusiastici l’atmosfera gioviale della Palude e invitò il capitano Jones a diventarne il quarto membro. Poi indicò i benefici, finanziari tanto quanto fisici, che avrebbe ottenuto grazie a qualche partitina di football contro le vittime sacrificali del 325° ospedale d’evacuazione. Nel frattempo il colonnello Henry Blake, ridacchiando tra sé e sé per tutto il tempo, inviò la richiesta ufficiale al generale Hamilton Hammond e dieci giorni dopo il capitano Jones comparve sulla porta della Palude, oscurandola quasi del tutto. «Oddio!», disse Trappolone. «Eclissi a mezzogiorno. Guardate quant’è grosso!» «E beve bourbon doppio con Coca-Cola, Trappolone», disse Occhio di Falco, mentre scattava in piedi e andava a stringere la mano al capitano Jones. «Benvenuto, Watusso, benvenuto!»

M*A*S*H, Richard Hooker, SUR. Traduzione di Marco Rossari. Ha ispirato una serie televisiva di enorme successo con Alan Alda, Loretta Swit, Jamie Farr, William Christopher, Wayne Rogers, McLean Stevenson, Larry Linville, Gary Burghoff, Mike Farrell, Harry Morgan e David Ogden Stiers, ma soprattutto uno dei tanti capolavori del signor Robert Altman, un vero e proprio maestro di cinema, forse in assoluto il più bravo di tutti sotto numerosi aspetti, in particolare in merito a quanto concerne la gestione di un cast corale: e nella pellicola del millenovecentosettanta erano presenti personalità del calibro di Donald Sutherland, Elliott Gould, Tom Skerritt, Sally Kellerman e Robert Duvall, tanto per fare qualche nome. Non proprio gli ultimi arrivati, insomma, anzi… Il titolo altro non è, com’è noto, che un acronimo, una sigla che significa semplicemente Mobile Army Surgical Hospital, ossia Ospedale Militare Chirurgico da Campo, un’unità mobile chirurgica dell’esercito degli Stati Uniti d’America che è stata istituita nel millenovecentoquarantacinque al fine di sostituire gli ospedali da campo impiegati fino a quel momento e di cui in seguito, fino al duemilasei, quando è stata disattivata, le forze armate a stelle e strisce si sono avvalse in svariati scenari bellici come per esempio l’Algeria, l’India, la Birmania, il Vietnam, l’Iraq. Qui siamo in Corea, all’epoca della sanguinosa guerra a cavallo del trentottesimo parallelo dell’emisfero boreale. I protagonisti sono tre ufficiali medici, tre chirurghi a dir poco straordinari. Sono bravissimi, salvano le vite. Al tempo stesso, però, in tutti gli ambiti che non sono direttamente connessi alla loro professione, che è più che un vero mestiere, è una missione e una vocazione, sono degli immarcescibili goliardi. Il loro essere sopra le righe è un vero e proprio atto di eversione, nei confronti dell’assurdità della guerra, dell’idiozia di certe regole che sfidano spudoratamente ogni parvenza di buon senso, è istinto, anelito, urlo. Vogliono vivere, vogliono sopravvivere, soprattutto alla presenza mefitica, pestilenziale e contagiosa dei burocrati, dei passacarte, degli ignavi, degli incapaci, dei bigotti e di tutti gli altri che possono essere considerati di tal risma, che non sono di nessun aiuto quando le cose si complicano ma anzi sono loro stessi, per primi, a ingarbugliare la matassa con la loro incompetenza ammantata di saccenza, in trincea come nelle quotidiane baruffe della vita, certo imparagonabilmente più tranquilla, di tutti: il romanzo è una travolgente quintessenza di quello che davvero sempre dovrebbe essere l’umorismo, ossia la capacità di svelamento della maschera delle ipocrisie della nostra contemporaneità, raccontate con una vivacità tale da fare in modo che le parole si imprimano nella mente di chi legge come un ritratto universale.

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