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“Requiem per un’ombra”

unnamed.jpgdi Gabriele Ottaviani

L’uomo passò la tessera magnetica sul lettore, la serratura scattò, la porta di sicurezza si richiuse alle sue spalle. Rimasto solo nel capannone, Puglise ebbe l’impressione di essere osservato. Non erano le microcamere di ultima generazione così ben nascoste che, se il responsabile non gliele avesse indicate, probabilmente non se ne sarebbe accorto. Era qualcosa di diverso, un grigio metallico che virava sull’azzurro, un paio d’occhi che dall’ombra di una gabbia in un blocco di sei lo investì di una tristezza mai provata prima. Come se dalle profondità del suo essere si fosse sollevato un richiamo improvviso che crescendo diventava canto, Puglise si avvicinò. La gabbia era buia, dovette inginocchiarsi per vedere meglio. Dentro c’era un pastore tedesco, somigliava a un lupo, il pelo strappato a morsi sui fianchi magri, il muso poggiato sul pavimento. «Ciao bello» lo salutò accoccolandosi. «Come ti chiami?». Il cane lupo alzò la testa e lo guardò fisso. Puglise si sentì passato da parte a parte, quasi che il cane gli avesse letto nell’anima e avesse visto tutte le cazzate fatte, dette, e poi il resto di lui, e avesse concluso che non era il migliore degli uomini, ma nemmeno il peggiore. «Si chiama Orso,» rispose il responsabile raggiungendolo «per favore, non gli dia illusioni. Questo è il miglio verde, tra dieci giorni ha l’iniezione». «Che cosa ha che non va?». «Niente» rispose l’uomo. «Quando i lupi e i cani si incrociano, i cuccioli devono essere rinchiusi in isolamento, è la legge. Non possiamo affidarli in adozione e nemmeno lasciarli uscire, è così da quando è nato, vero Orso?», e pescò un croccantino dal camice. Orso accettò che il veterinario glielo allungasse attraverso le sbarre, ma non lo mangiò. «Succede ogni giorno» aggiunse passando il registro dei farmaci a Puglise. «Qualche volta penso che abbia capito cosa lo aspetta e si stia lasciando morire».

Requiem per un’ombra, Mario Pistacchio e Laura Toffanello, 66thand2nd. Mario Pistacchio è nato a Cerignola, Laura Toffanello a Torino. Sono giovani, e bravissimi. Due anni fa, del loro primo ottimo romanzo, la magnifica fiaba noir dal titolo L’estate del cane bambino, dalla prosa a dir poco seducente, si era scritto che Le illusioni prima o poi si dissolvono come la neve quando i raggi del sole diventano troppo caldi perché essa possa mantenere intatta il suo aspetto di soffice coltre bianca, che tutto ammanta, ricopre, pulisce e fa brillare, annullando le asprezze e camuffando le brutture. E così avviene che si cresce, che quel rito di passaggio inevitabile viene finalmente celebrato e consumato, i giochi dell’infanzia vanno a occupare lo spazio che compete loro negli angoli più remoti del cuore, quelli cui si guarda con tenerezza, rinchiusi in un baule di noce sigillato da un pesante lucchetto che ogni tanto viene riaperto in ossequio all’esigenza di dare nuova vita alla nostalgia. L’estate è la stagione adatta, la scuola cede il passo all’avventura tra le stradine e i cespugli dei paesi riarsi dal sole feroce, presagio di dolore e novità. C’è chi sparisce e c’è chi appare, in questo splendido (sin dalla copertina) romanzo – di formazione, ma non soltanto: è un giallo, è Stand by me traslato nella campagna veneta di Brondolo, un nome che sa di ottavo nano di Biancaneve, è magico e originale, tradizionale e leggendario – scritto a quattro mani in stato di grazia (raramente c’è una tale armonia) e presentato al premio Strega di quest’anno, L’estate del cane bambino, di Mario Pistacchio e Laura Toffanello per 66thand2nd, avvolto in una trama di pietose bugie che saltano di sguardo in sguardo e sono balsamo per il cuore. Cinque ragazzi degli anni Sessanta, tra giochi innocenti e scoperte dolorose, che finalmente si tuffano nella vita, e un cumulo di ricordi ed esperienze da conservare. Passa il tempo, Crono che tutto fagocita, ma il talento non si scolora come una maglia troppe volte lavata, non svanisce come neve al sole, anzi, produce nuove gemme come una pianta destinata a dare fiori e frutti: Requiem per un’ombra è un’eccellente conferma. Di originalità, brillantezza, solidità, eleganza, compiutezza, altezza dei riferimenti, rielaborazione autonoma di un materiale classico che valica a grandi falcate i confini di genere per offrire al lettore un’ennesima dimostrazione delle immaginifiche possibilità della letteratura quando racconta la filosofia che è propria dell’esistere. Perché no, Leibniz, e lo si scrive con la morte nel cuore, non aveva affatto ragione: non è questo il migliore dei mondi possibili. Quantomeno non è così che questo mondo, che ha ingranato la marcia e sta scendendo a forte velocità una china pericolosissima ma che vuole immaginare di vedere come un pendio che conduca alla salvezza, appare a Sal Puglise, sessantatreenne di cui probabilmente un’immagine potrebbe ben figurare come illustrazione del lemma fallito nel dizionario. Gli amici che ha si contano sulle dita di mezza mano, ha un pappagallo fissato con le telenovelas e il lavoro non va. Del resto a tutti piace di più la menzogna, è rassicurante, non ti costringe e guardare in faccia la realtà e soprattutto a guardare dentro te stesso, chi mai pagherebbe per i servigi di un investigatore privato rassegnato ormai a una miseria di pensione? Ci vorrebbe un gran finale, un’occasione… E… Da non perdere.

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