Libri

“La vita sconosciuta”

dentello-la-vita-sconosciutadi Gabriele Ottaviani

Con la pazienza feroce di pescatori lungo l’argine, immoti come sassi, con l’uccello che sbucava dalla lampo dei pantaloni come un braccio da una manica, questi ragazzi di vita adescavano i clienti con addestrata malizia. A catturarmi quella sera fu un ragazzo arabo, preferito alla leva dei gigolò dell’Est. Un viso tenero con una rada peluria sulle guance, un sorrisetto strafottente, un torace esile dentro un bomber liso. Mi fermai a poca distanza da lui puntando lo sguardo sul suo membro che ora impugnava dalla base come a mostrarlo in tutto il suo vigore. Un’erezione ingombrante, quasi dolorosa da reggere, che gli faceva oscillare il pene. Il ragazzo mi guardò dilatando e contraendo le pupille. Aveva l’espressione concentrata e sospesa dei cani, quando cercano di capire se gli cederai o meno l’osso. Il mio osso erano i venti euro che mi ero infilato in tasca prima di uscire. Quella banconota era il lasciapassare per potermi chinare sul suo taglio di cappella. Senza pronunciare una sola parola – imparai presto che parlare significa ridare al corpo un’identità e dunque disinnescare la libido – mi inginocchiai e succhiai con una voracità a me sconosciuta. Sentivo le mandibole gemere, la lingua diventare ruvida. Il tunisino mi afferrò la testa per guidare il ritmo della mia fellatio. La pressione del suo palmo sui capelli fu al pari di una carezza, un tepore che mi scivolò come un balsamo su tutto il corpo. Quando, ansimando, mi fece scivolare in bocca il suo fiotto di sperma ingoiai tutto come fossi io a vendergli quel piacere e non viceversa. Il tunisino era lì per simulare un orgasmo in cambio di pochi miserabili spicci e io mi cullavo nell’illusione di essere uno strumento di piacere scelto tra mille altri e non capitato per caso in una notte come tante. Non ero che un numero, una tacca anonima sul suo coltello da caccia. Mi piaceva sentirlo gemere sotto i colpi della mia lingua, vederlo inarcare il corpo per sborrare, abbacinato da una potenza sessuale che forse cercavo negli altri per dimenticare la mia impotenza. Le rare volte che Agata mi sfiorava, in certi sabati sera di lieve euforia, sentivo sempre il cazzo ritirarsi, perdere dimensione. Cercavo di recuperare, pesante, sopra di lei. Restavamo immobili per qualche minuto, i visi verso pareti opposte. Alla fine, umiliato dai suoi sospiri di rassegnazione, scivolavo fuori dal letto e mi trinceravo in bagno con la scusa di un malessere improvviso.

Lei muore di sera. Sul divano. Sola. Mentre lui non c’è. È uscito. Non è andato a ubriacarsi in qualche bar della periferia di Milano gestito da immigrati cinesi. Non è andato a sbollire la rabbia di un amore che comunque c’è, profondissimo, fortissimo, reciproco viluppo, ma che fatica a farsi ancora vivo in mezzo ai problemi, alle rivendicazioni, al continuo rimpallo di responsabilità, al sempiterno fuori sincrono: quando è lei che fa il primo passo, magari dicendo un pudico faccio io e mettendosi a rigovernare la cucina al posto di lui, è proprio lui che passa al contrattacco e riaccende la cenere della lite momentaneamente sopita. Deve approfittarne. Così ha la scusa per uscire. Le dice che è cambiata. E chi non lo fa?… Lei, esausta, gli rovescia addosso pressoché quotidianamente la sua stanchezza, quasi recitata, dice lui, benché non si possa certo dire che non sia realmente esausta al suo ritorno dal lavoro. Lo schiaffeggia con la sua frustrazione, che pare a tratti ostentata coazione a ripetere, dicendogli che se ne sta in casa a non fare nulla. Lui è inviperito per il fatto di aver perso dopo una vita di fatica il suo impiego di magazziniere, e ritiene che se ogni tanto ha un libro sulle ginocchia per cercare di lenire la sua depressione non fa niente di male. Non è questa parte della sua esistenza, pensa Ernesto, la porzione sconosciuta al compagno di vita, quale che sia, che ognuno al mondo, lui reputa, a suo modo tiene per sé, che eventualmente dovrebbe ferire Agata, la ragazza di qualche decennio fa, che forse sa, forse no, scappata da Gela per arrivare a Quarto Oggiaro, conosciuta in un’assemblea in fabbrica, mentre un seducente capopopolo col fisico da scaldabagno macinando una sigaretta dietro l’altra li invita alla ribellione e lui si ritrova con le pupille fisse in quelle di lei, prima che ogni illusione, politica, sociale, economica, esistenziale si sfarini granello dopo granello nel corso degli anni, che, di piombo o meno, appaiono ritratti con tinte più che vive, come tutto il resto, senza il filtro del pudore, perché il dramma è del resto di per sé spudoratissimo, lascia nudi di fronte al dolore, allo choc lacerante. Non è questo il pozzo senza fondo di squallore, abiezione, disperata ricerca di senso e salvezza e repressa, torbida, perversa autodeterminazione esplicata col tramite del sotterfugio banale e prevedibile in cui precipita sempre più spesso per essere quello che è davvero. Sì, perché Ernesto si sente terribilmente in colpa, ma non può fare a meno di pensare, quando lei muore, che ora è finalmente libero. Non riesce a liberarsi l’animo dall’oscenità. Con la bocca urla il suo dolore. Quella bocca che sciacqua come a volersela cancellare dal viso, perché poco prima era serrata con salda e lubrica lascivia attorno al grosso membro di un uomo. Lei muore di sera. Sul divano. Sola. Mentre lui non c’è. È uscito. Si è andato a inginocchiare nella fanghiglia di un parco pubblico di fronte a uno dei tanti maschi che si vendono in cambio di quasi niente perché in quel modo tirano a campare. Pensano di vivere. Credono di avere veramente una vita. Ma non la conoscono. La vita si vive, non si impara. Non si conosce. Non hanno conosciuto le proprie Agata ed Ernesto. Agata non ha conosciuto quella di lui, lui non ha conosciuto quella di lei. Non hanno potuto, voluto, saputo guardarsi l’un con l’altra e dentro ed essere quello che forse avevano addirittura il dovere, riflessivo e reciproco, di essere. La vita è un mistero. La vita scivola via da Agata in un’inondazione di sangue intracranica, ed Ernesto non può far altro che sfiorarne appena quegli ultimi coriandoli quando la rinviene esanime al centro della loro quotidianità ciclica che se ne va via con lei, senza innocenza, senza rassicurazione. La vita è una sconosciuta che ti impone la sua compagnia da quando nasci a quando muori. La vita è sconosciuta. La vita sconosciuta, Crocifisso Dentello,  La nave di Teseo. La lama affilata della miseria, la devastante violenza della speranza temuta.

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