Intervista, Libri

Matteo Nucci e il coraggio di fermarsi

3229078di Gabriele Ottaviani

Il suo È giusto obbedire alla notte è un romanzo dalla forza dirompente: Matteo Nucci, ed è per noi di Convenzionali una gioia, risponde ora alle nostre domande.

Quale esigenza l’ha spinta a scrivere È giusto obbedire alla notte?

Più che un’esigenza direi che è stato un desiderio di quelli di cui senti il bisogno. Ero stato in questo luogo mitico. Avevo sentito qualcosa che mi pareva raccogliesse mille significati legati alle storie che si potevano raccontare. E avevo il bisogno di scrivere del dolore, del dolore che spinge alla rinascita. Non sapevo come fare, però. Poi il via me lo diede la mia professoressa delle medie. Era una persona splendida, Luisa Collodi. Era una sera di giugno, Roma calda e io le raccontavo di quel che volevo scrivere. Mi disse: “leggi Santa Teresa d’Avila. Poi siediti alla scrivania e scrivi”.

Cosa si nasconde nei luoghi delle nostre città in cui non guardiamo, da cui volgiamo in fretta lo sguardo?

Non si nasconde. Siamo noi che non guardiamo. Lo ha detto lei, giustamente. Noi possiamo togliere il velo. Cioè, possiamo fermarci, scostare il velo che ci impedisce di guardare  – sempre presi come siamo a correre (appresso a cosa poi chi lo sa) – e poi lasciarci portare da quel che vediamo. Questa è la cosa più complicata. Ma credo che venga da sola quando uno trova il modo (il coraggio?) di fermarsi, di non muoversi, non aprire telefoni, non guardare altrove. Solo lì, immersi nel luogo e nel tempo in cui siamo.

Chi sono gli ultimi nella nostra società?

I primi. Eh, ma mica per fare il verso al Vangelo. Quelli che vengono chiamati gli ultimi spesso sono i primi a riuscire in quel che raccontavo ora. Fermarsi, dare a sé stessi il tempo, uscire dagli obblighi della società opulenta, liberista, in cui si lavora il più possibile per fare soldi e poi spenderli in stronzate quando l’unica cosa che conta è il tempo. Ecco. Spesso, non sempre, ma spesso, gli ultimi sono i primi ad aver capito questo. È il tempo che conta. Se passo tutta la giornata a produrre poi che ci faccio con quel che ho prodotto?

Che città è Roma oggi? E come è cambiata nel tempo?

Roma è la più bella città del mondo. E non perché io ci sia nato. È incontestabilmente così. Si tratta di un dato oggettivo. A Roma, ogni epoca è testimoniata nel suo meglio o quasi. Poco importa che ci siano città dove una certa architettura è più rappresentata. Certo, andremo a visitarle. Ma trovatemene una dove ogni epoca è testimoniata. Non esiste. Solo Roma. Il dramma è che si fa di tutto per distruggerla, offenderla, stravolgerla. Le ultime genialità suicide? Lo stadio. E la sostituzione delle luci calde con orrende luci fredde, led che faranno forse risparmiare qualche euretto (e nel frattempo fanno parte di una colossale operazione di spesa) ma stanno già distruggendo i vicoli della città. Mi limito agli orrori estetici, innumerevoli peraltro (guardate le insegne al neon nelle piazze storiche, i negozi di souvenir, enoteche e paninoteche che crescono come funghi spacciandosi per centri culturali perché espongono due libri e quattro disegni appesi alle pareti, Dio mio). Non sto parlando del crollo di qualsiasi rispetto per la comunità, per i diritti altrui. La doppia fila con cui si parcheggia ovunque è una delle abitudini più selvagge e intollerabili che esistano. Si impedisce ad altri di essere liberi. E nessuno alza un dito. Nessuno dice nulla.

Che rappresenta per lei la memoria?

La memoria è tutto. Ma non la memoria estrinseca di eventi altrimenti dimenticati. Parlo della memoria interiore, quella che si forma inesorabilmente. Quella che ci fa ricordare qualcosa quando si è appunto dimenticato tutto. La memoria è il nostro DNA spirituale, è ciò che ci consente di guardare attraverso le situazioni che viviamo, di valutarle con i nostri pregiudizi, consapevoli dei nostri pregiudizi e dunque capaci semmai di farli fuori. La memoria è quel che nel mio caso mi perseguita. Io sono un nostalgico metafisico. Provo nostalgia per ciò che non è mai accaduto.

Che significato ha oggi la parola comunità?

Quello di cui le parlavo prima. La comunità in cui viviamo. La casa, poi il quartiere, la città, il paese in cui ci spostiamo. La comunità vive sul rispetto dei diritti altrui. È una questione semplicissima che non si capisce perché appaia così inarrivabile. Ripeto: non ci si può parcheggiare in doppia fila. Non si può. Si toglie a chi non ha colpe un diritto fondamentale, ossia di disporre di quel che ha a suo piacimento. Ma le sembra possibile? Certo, dicono: è una stupida questione quella della doppia fila. Ma col cazzo che è stupida! È esemplare, paradigmatica di una atteggiamento inaccettabile. I greci chiamavano questo atteggiamento idiota. L’idiota è l’uomo che non vede oltre, che pensa solo alle proprie cose, al suo piccolo interesse imminente. Facendo così l’idiota, col suo atteggiamento miope e privato, finisce per rovinare innanzitutto sé stesso.

Nel suo meraviglioso Le lacrime degli eroi ha raccontato il pianto dei più virili e straordinari esempi di coraggio e onore della storia e della mitologia antica, uomini che non avevano vergogna dei sentimenti, quantomeno prima che i commentatori successivi, Platone in primo luogo, dessero vita a una sorta di damnatio memoriae del pianto: la nostra società ammette la debolezza?

Mah. La nostra è una società debole proprio perché rifiuta esempi di debolezza e si è immolata alla forza e all’invincibilità e al rifiuto del fallimento. Ma gli eroi omerici ci mostrano che solo chi invece conosce la propria debolezza, sa di non poter essere invincibile (nessun eroe omero è invitto – questo lo vogliamo ricordare?) e sfida la possibilità di fallire, solo quest’uomo può veramente sfruttare tutta la sua forza. L’eroe è forte perché conosce la sua fragilità e non ha paura di mostrarla perché è parte della sua piena umanità. Da noi si fa il contrario. E soprattutto quando si ostenta fragilità, magari piangendo in pubblico, lo si fa per conquistarsi la platea. Gli aedi omerici direbbero che si tratta di “gelido pianto”, pianto inautentico, freddo, mortifero. Ben diverso dalle “calde lacrime” vere e sofferte, segno di fertilità e vitalità.

Qual è il compito di uno scrittore?

Ognuno si dà il compito che crede e ognuno ha gli obiettivi in cui pensa di voler riporre le proprie aspirazioni. In senso lato il compito che ci unisce tutti è quello di scrivere. Io credo che non abbia senso solo scrivere. Credo si debba dare tutto. Investire tutto. Non risparmiarsi. E non aver paura di fallire. Sì che si può fallire. Falliamo sempre. Ma è meglio un gran bel fallimento che un mediocre successetto che ci dà l’illusione di poter continuare in quel modo. Ripeto: il tempo è tutto. Dobbiamo disporre del tempo nel modo migliore che sia possibile.

Come interpreterebbero oggi i filosofi antichi il nostro mondo?

Direbbero che siamo dei cretini e degli idioti. Sull’idiozia ho già detto. Sulla cretineria anche, in parte. Per i filosofi antichi la cosa più importante era avere il tempo libero dalle occupazioni lavorative per poter pensare ai fatti propri, per poter contemplare, riflettere, discutere, guardarsi attorno e guardare oltre. Credo che molti dei filosofi greci sarebbero felici di incontrare alcuni dei personaggi del mio romanzo. Quelli che spesso appunto vengono chiamati ultimi. E che invece sono arrivati prima.

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