Intervista, Libri

Raffaella Silvestri e la conquista della fragilità

downloaddi Gabriele Ottaviani

La fragilità delle certezze è un ottimo romanzo. È di Raffaella Silvestri, che abbiamo oggi il privilegio di intervistare.

Esistono ancora delle certezze nella società contemporanea?

Delle certezze a cui abbiamo creduto mentre crescevamo mi sembra che non ne sia rimasta neanche una, ma non siamo neanche davanti alla fine del mondo. È solo un cambio di paradigma. La certezza che abbiamo è che in un modo o nell’altro siamo chiamati a vivere, andare avanti con le nostre vite e cioè crescere, diventare adulti, nonostante il presente traballante.

Essere fragili è una debolezza o una risorsa?

Essere fragili è anche una conquista. Ma questa è una risposta personale, forse in parte legata a un tema collettivo. C’era questa pressione a mostrarsi “forti”, quando le cose andavano bene, la pressione di “farcela”, non importa a fare cosa. Con un’educazione così, è difficile conquistare un’umana fragilità. In un mondo di forti è difficile essere fragili, ma adesso siamo tutti più o meno fragili, in dubbio: un mondo di persone che fanno del proprio meglio. Possiamo permetterci di essere fragili perché tenere addosso una maschera non ha più senso.

Qual è la peggiore delle conseguenze della crisi che ormai da anni attanaglia più o meno tutto il mondo?

Non sognare più. Puntare in basso, al minimo. La perdita delle ambizioni. Noi (trentenni, ma anche quarantenni) siamo cresciuti con grandi speranze. Si sono infrante presto ma almeno ci hanno insegnato a sognare. A credere che se non tutto, molto è possibile se ci si impegna. Insegno a ragazzi di circa dieci anni più giovani di me, creativi, con un sacco di potenzialità. Ma spesso li vedo come già rassegnati, perché non hanno mai visto che un altro mondo è possibile, un mondo col segno più, e forse non lo vedranno mai. Questa è la cosa peggiore. La rassegnazione. Il farsi andar bene il minimo, l’essere contenti con poco. L’insoddisfazione invece è una molla potente per il cambiamento.

Com’è stato possibile che la flessibilità, che di per sé non ha nulla di negativo, anzi, sia diventata precariato, ossia difficoltà – per non dire impossibilità – di progettare, anche qualcosa di minimo?

Ci è mancata l’abbondanza di possibilità. La flessibilità è una cosa meravigliosa, soprattutto per le persone coraggiose. Ma se ci sono poche possibilità, poche opzioni fra cui scegliere, è naturale rimpiangere l’età dell’oro del “lavoro stabile” e sentirsi “precari”. Se io inizio un’impresa che poi fallisce, ma so che il mercato, la società, mi offrono mille modi per ricominciare e mettermi in gioco, quel fallimento non segna la mia esistenza, è solo un passaggio, un momentaneo rallentamento in una vita che si compone di moltissime esperienze. Ma se la mia attività fallisce e “fuori” non c’è un terreno fertile, non ci sono possibilità, ecco che io mi identifico nel fallimento, mi sento precario e fallito. È una questione economica ma soprattutto politica.

Perché scrive?

Credo di avere iniziato perché era il modo più immediato di esprimermi. Non me lo sono mai chiesto in effetti, perché è stata una “vocazione” precoce, però col senno del poi, uno ha uno sguardo, e non può fare a meno di averlo, no? Non puoi fare a meno di vedere le cose così come le vedi. Hai vari modi di esprimerlo. Puoi scrivere, fotografare, disegnare, recitare, cantare… per come sono cresciuta io e per come sono, scrivere era il modo più accettabile. Naturalmente poi c’è il fatto che leggevo (leggo) moltissimo.

Qual è il compito dello scrittore nella società contemporanea?

Scrivere libri belli. Come è sempre stato. Il compito è produrre dei romanzi che inizino con “la frase più vera che sai”, come diceva Hemingway, e continuino con altre frasi vere. Libri onesti, che siano belli da leggere. Leggere è una grande gioia, mantenere vivo quest’atto gioioso, godurioso anche, è forse il più grande compito dello scrittore oggi. Se un compito c’è è quello di non banalizzare i temi dell’animo umano, ma allo stesso tempo non complicare, non essere programmaticamente “per pochi”. I libri veramente belli sono per tanti.

Che significato ha per lei la parola futuro?

Per me personalmente, il futuro è una cosa che non esiste. O meglio, è una cosa a cui non penso attivamente. Anche per i miei personaggi, il futuro si delinea attraverso una serie di eventi che si dispiegano nel passato e vengono svelati, e si intrecciano al loro presente, così procede la storia. Così possiamo immaginarci il loro futuro.

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