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“Dietro le quinte al museo”

9788842928140_0_0_300_80.jpgdi Gabriele Ottaviani

Segue una settimana di frenetici acquisti di uniformi nella quale Bunty si rende conto che devo essere equipaggiata dalla testa ai piedi prima che cominci il nuovo anno scolastico. La lista di ciò che occorre come uniforme del Queen Anne è spaventosa non solo per lo strabiliante numero di articoli di abbigliamento che a quanto pare devo possedere per frequentare il ginnasio, ma anche per la severità del tono della lista stessa. Abbondano le maiuscole e le sottolineature per mettere in guardia i genitori lassisti. Per esempio: gonna blu mare, a pieghe o svasata, NON DIRITTA, con tasche oppure tunica blu mare con tasche però non spiega perché evitare le gonne diritte é un tale imperativo morale. Anche la configurazione delle scarpe è descritta dettagliatamente: le scarpe per andare a lezione, per esempio, devono essere preferibilmente con suole di gomma e tacchi bassi. (NON si possono indossare sandali con laccetto posteriore o aperti sul davanti.) Si raccomandano caldamente sandali tipo Clarke. È curioso, non c’è nessun rapporto tra questa lista e quello che indossa Patricia, che spesso sgambetta via da casa in una gonna diritta strettamente vietata e scarpe con laccetto posteriore, confermando così senza dubbio la sua delinquenza morale. Questa strada però non fa per me, e Bunty e io ci trasciniamo da Isaac Walton a Mrs Matterson e poi da Southcott nell’interminabile ricerca di pantaloncini da ginnastica pieghettati blu mare del modello omologato per le partite. Non so perché, forse dipende dalla nuova frivolezza che l’amore le ha fatto scoprire in sé, ma queste sono fra le ore più piacevoli che Bunty e io abbiamo mai passato insieme. Fra l’acquisto di un pezzo di uniforme e un altro ci riposiamo nelle caffetterie con le nostre grosse borse di carta. Al Betty’s Bar, Bunty si sfila le scarpe sotto il tavolo e divora un’enorme fetta di torta di fragole e meringa e sembra quasi felice. A scuola mi sento come una papera in acqua; il rigore delle lezioni di cinquanta minuti, le disciplinate code in mensa, i minimi aggiustamenti e riaggiustamenti delle nuove amicizie, tutto ciò è un gran sollievo dopo il continuo melodramma della vita domestica. La sola cosa snervante è che ogni volta che un’insegnante legge il mio cognome sul registro alza la testa, lievemente sconcertata, e dice: «La sorella di Patricia?» Come se non avesse mai immaginato che Patricia possa avere una famiglia. Fortunatamente, sembra che nessuno si ricordi di Gillian.

Dietro le quinte al museo, Kate Atkinson, Nord, traduzione a cura di Margherita Giacobino. È stato questo il romanzo per mezzo del quale uno dei più importanti e luminosi talenti della letteratura contemporanea inglese ha esordito sulla scena. E verrebbe da dire che se fossero tutti così gli esordi, e se la qualità si mantenesse sempre a livelli così alti, l’imbarazzo della scelta sarebbe il peggiore dei problemi, il piacere della lettura il migliore dei desideri da appagare. Ruby è stata concepita, ma certo non voluta. Sua madre non ha particolare interesse a legarsi a suo padre, che pare sempre in ogni modo in altre faccende affaccendato. Se l’inizio non è promettente, i guai per Ruby sembrano amare il domino, rincorrendosi l’un con l’altro come tessere che la gravità costringe alla caduta sin dal tempo della sua bisnonna, Alice, molto prima degli anni Cinquanta in cui Ruby è messa al mondo, molto prima della casa sopra al negozio di animali vicino alla cattedrale di York, quando al fascino della fuga con un fotografo francese non si sarebbe mai e poi mai potuto resistere. E Alice difatti non resiste. Mentre Ruby racconta, cucendo insieme le vite dei personaggi della sua famiglia come i rombi che compongono il costume di Arlecchino, che alle descrizioni della Atkinson possono a pieno titolo invidiare i colori. Bellissimo.

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