Intervista, Libri

Nicola Ravera Rafele e il bisogno di crescere

ravera.jpgdi Gabriele Ottaviani

Nicola Ravera Rafele ha scritto un gran romanzo, Il senso della lotta: Convenzionali ha il piacere di intervistarlo per voi.

Quello che mi pare essere il tema fondamentale del libro è il problema della verità, e del ruolo della conoscenza della verità nella formazione della propria identità.

Io volevo da tempo scrivere un libro sul diventare grandi, sul passaggio di quella che Conrad chiamava la linea d’ombra, e ci sono due modi, quello di Michele e Alice, il sogno rivoluzionario che poi li porta all’estremizzazione della violenza e della lotta armata e delle bugie che si sono detti, bugie anche generazionali, e quello di Tommaso, che deve far fronte alle menzogne che gli sono stata riferite e che si è raccontato. D’altro canto diventare grandi significa per me per forza di cose andare a un certo punto verso la verità, non se ne può prescindere.

Quali sono stati gli errori della generazione dei nostri padri e della politica?

Essere rimasti abbarbicati per certi versi a eccessi parolai e a taluni cascami del passato, a un lessico vecchio che deve essere rinnovato, da chi è più giovane, anagraficamente ma non solo, a diversi retaggi del sogno rivoluzionario, e quando è finito tutto ci si è lasciati andare a considerare passivamente che avesse raggiunto il suo termine proprio ogni cosa. Ci sono stati tanti errori ma anche tante cose buone, penso alle conquiste del femminismo, ai diritti civili, al divorzio e all’aborto; ma al tempo stesso, lo stiamo vedendo e ce ne siamo resi conto una volta di più in questi giorni, di fatto la sinistra in Italia non è mai nata: dai giorni della svolta della Bolognina in poi non sono cambiate le parole d’ordine.

Qual è la grande urgenza di questi tempi?

Credo che in generale siamo tutti un po’ spaventati e che la necessità più pressante sia la redistribuzione del reddito, lo diceva già a Seattle e Porto Alegre il movimento no global, di cui facevano parte intellettuali straordinari come Chomsky, che poi, con la risposta violentissima che c’è stata a Genova, su tutti l’orrore della scuola Diaz, specialmente in Italia ha fatto sì che tutti i partecipanti di fatto si ritirassero a vita privata. La crisi è sistemica, non se ne vede la fine, ed è la conseguenza di una società sempre più sperequata.

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