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“Diario del ladro”

TN_Diario del ladro.qxd:Tascabile narrativadi Gabriele Ottaviani

Se, per farvi comprendere meglio fino a che punto avessi raggiunto una solitudine che mi conferiva la sovranità, utilizzo questo accorgimento retorico, è perché me lo impongono una situazione, un successo che si esprimono con le parole deputate a esprimere il trionfo nella vita secolare. Una parentela verbale traduce la parentela della mia gloria con la gloria nobiliare. Parente dei principi e dei re lo ero per una sorta di segreta relazione ignorata dal mondo, quella che permette a una pastorella di dare del tu a un re di Francia. Il palazzo di cui parlo (non può chiamarsi diversamente) è l’architettonico insieme delle delicatezze, sempre più impalpabili, che il lavoriodell’orgoglio erigeva sulla mia solitudine. Giove rapisce Ganimede e se lo scopa: avrei dunque potuto permettermi qualsiasi stravizio. Possedevo l’eleganza semplice, la spigliatezza dei disperati. Il mio coraggio consisté nel distruggere tutte le consuete ragioni di vita e nello scoprirmene altre. La scoperta avvenne lentamente. Più tardi scoprirò le virtù della disciplina osservata a Mettray – non del regolamento interno del penitenziario. Mi sforzai di diventare un colono. Come la maggior parte dei piccoli delinquenti, avrei potuto spontaneamente, senza rifletterci sopra, compiere i vari atti che realizzano il colono. Avrei conosciuto le pene e le gioie ingenue, la vita mi avrebbe proposto soltanto pensieri banali, quelli che chiunque può formulare. Mettray, che soddisfaceva i miei gusti amorosi, ferì sempre la mia sensibilità. Soffrivo. Sentivo crudelmente la vergogna di essere rapato, vestito di una divisa infame, di trovarmi confinato in quel luogo ignobile; conoscevo il disprezzo degli altri coloni, più forti di me o più cattivi. Per sopravvivere alla mia desolazione, quando ero maggiormente ripiegato in me stesso, elaboravo, senza nemmeno badarvi, una rigida disciplina. Il meccanismo era pressappoco questo (da allora lo utilizzerò sempre): a ogni accusa fattami, anche se ingiusta, avrei risposto con un sì dal profondo del cuore. Appena pronunziata quella parola – o la frase che aveva quel significato – sentivo dentro di me il bisogno di diventare ciò che mi avevano accusato di essere. Avevo sedici anni. Mi avete capito: nel mio cuore non lasciavo nessun posto dove potesse trovare asilo il sentimento della mia innocenza. Mi riconoscevo il vile, il traditore, il ladro, il pederasta che vedevano in me. Un’accusa può essere lanciata senza prove, e, allo scopo di sentirmi colpevole, sembrerà che avessi dovuto compiere gli atti propri dei traditori, dei ladri, dei vili, invece niente di tutto questo: dentro di me, con un po’ di pazienza, riflettendo, scoprivo sufficienti ragioni per essere chiamato con quei nomi. E mi stupivo di vedermi composto d’immondizie. Divenni abietto. A poco a poco mi abituai a tale stato. Lo confesserò tranquillamente. Il disprezzo che nutrivano per me si trasformò in odio: ero riuscito. Ma quali lacerazioni avevo sofferto! Due anni dopo ero forte. Un tale allenamento – simile agli esercizi spirituali – mi aiuterà per erigere a virtù la povertà. Tuttavia, il trionfo l’ottenni soltanto su di me. Anche quando affrontavo il disprezzo dei bambini o degli uomini, era me solo che dovevo vincere, poiché non si trattava di modificare gli altri, ma me stesso. Il mio potere su di me diventò grande, ma a esercitarlo così, sul mio io più recondito, divenni molto maldestro nei confronti del mondo. Né Stilitano né gli altri miei amici mi gioveranno, in quanto di fronte a loro sarò sempre troppo preoccupato di atteggiarmi ad amante perfetto. I miei viaggi attraverso l’Europa, forse, sarebbero riusciti a darmi una qualche destrezza, se non avessi rifiutato le preoccupazioni quotidiane a vantaggio di una sorta di contemplazione. Prima di quanto sto per riferire, già qualche azione l’avevo compiuta, ma non ne avevo esaminata nessuna con l’acutezza che riservavo alla mia vita morale. Conobbi l’ebbrezza dell’azione quando, ad Anversa, riuscii a legare un uomo che una sera mi aveva portato con sé presso le banchine.

Jean Genet, Diario del ladro, prefazione di Walter Siti, traduzione di Giorgio Caproni, Il saggiatore. Scrittore, drammaturgo, poeta, personaggio a dir poco controverso, pienamente decadentista benché non ascrivibile in senso stretto e corrivo a quella precisa e predeterminata corrente artistica, ma bensì per la connessione strettissima e panica tra la vita reale e l’arte, è colui che ha fissato in maniera indelebile nell’immaginario omosessuale – ancora adesso, basti pensare a certe raffigurazioni finanche pubblicitarie – il mito non solo del funambolo, delle atmosfere circensi, ma in particolare del marinaio: è dal suo Querelle de Brest che prende le mosse una pellicola che è divenuta una vera e propria pietra miliare come quella omonima di Fassbinder. La sua esistenza randagia, ai margini, ai contatto con l’abiezione più pura e la carnalità più totale, quella corruzione che ricorda gli stropicciati petali della digitale purpurea pascoliana, rivive in quest’opera in cui ogni livello è fuso insieme, ogni tema schiude la porta ad altre riflessioni, sempre più profonde e complesse, sul senso stesso della vita e delle cose, della libertà e dell’arte. La vocazione all’inganno, al sutterfugio, all’imbroglio, all’espediente e all’intrigo si fa dichiarazione di poetica, ritratto vividissimo senza filtri e infingimenti dell’amore, del male, del sesso: dedicato in occasione della sua prima edizione, nel millenovecentoquarantanove, a Sartre e a Simone de Beauvoir, Diario del ladro è da non perdere. Travolgente, erotico, filosofico, potentissimo, eccezionale.

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