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“Il vangelo del boia”

il-vangelo-del-boia_8691_di Gabriele Ottaviani

 

«Ah, non lo metto in dubbio… se lo dite voi… Vi sono amico, lo sapete», riprese Laudadio facendosi vicino, «se dicevo che è argomento d’attualità è perché così è, nel senso che la vostra Costanza attualmente è… come dire… ospite della Direzione di polizia». «Arrestata?» «Così si dice». Titta ripensò alle indecisioni di Costanza: che fosse andata da lui per chiedergli aiuto su quell’arresto che sapeva imminente? Un aiuto che non avrebbe più potuto darle il gesuita. Poteva essere una spiegazione plausibile. «Siete un po’ vago, non vi pare?» «Uhm! Uhm!», assentì con un mugugno l’ispettore. Titta ci pensò un po’ su. «E con quale accusa?». Laudadio se ne restò in silenzio per qualche lungo istante. Poi, con un sospiro: «Voi capite che non potrei darvi notizie riservate». Titta rimase appeso a quel non potrei che poteva significare non potrei ma ve lo dico lo stesso. In effetti Laudadio, con una decisione repentina, prese la sedia che era dietro la scrivania e la trascinò accanto a Titta. Poi si portò sull’uscio e controllò che non ci fosse nessuno a origliare: l’ufficio dei minutanti e dei commessi era alcune stanze più in là, così come lo stanzone che accoglieva, a turno, gli otto carabinieri che facevano servizio nella Presidenza; quella del presidente come al solito era vuota.

 

Il vangelo del boia, Nicola Verde, Newton Compton. Il suo nome più che altro forse ricorda Rugantino, la commedia musicale che ha fatto e fa tuttora, nelle sue numerose, sempre nuove e sempre varie, benché ci si mantenga in ogni occasione più che aderenti a un testo che funziona talmente bene che davvero sarebbe un delitto e un peccato di superbia andarlo a modificare, la storia di un certo genere di teatro italiano, in realtà Mastro Titta è prima di tutto un personaggio della storia di Roma. È il boia del papa. È il milleottocentosessantaquattro, l’Italia è già unita, ma manca il Veneto, e soprattutto quella che poi diverrà, dopo Torino e Firenze, la sua capitale. Le esecuzioni come sempre attirano nella pubblica piazza una folla più che numerosa, che attende trepidante l’esposizione dei nemici giustiziati. Ma anche in un volto in cui oramai la luce della vita si è spenta in modo definitivo e irrevocabile può capitare di riconoscere qualcuno. E l’onda dei ricordi si infrange con una tale violenza sulle pareti di un’anima costretta a mettersi da parte per compiere quello che è il suo dovere che niente può tornare più come prima. Il cosiddetto genere giallo, come viene chiamato in Italia, stando alla tradizione, a partire dal colore della copertina della prima, fortunatissima collana di romanzi afferenti a tale categoria, si presta a numerose declinazioni: in questo caso ci si trova di fronte a un testo costruito ad arte che trae continuamente forza dalla commistione di livelli e dall’uso pregevole dei materiali storici e dei riferimenti a vicende passate ma che, come sempre accade, parlano al lettore contemporaneo con assoluta limpidezza. Ben caratterizzato, è un romanzo avvincente.

 

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