Libri

“Il sale”

copertina del amo.indddi Gabriele Ottaviani

 

Albin non fu sorpreso e non distolse lo sguardo dalla baia. La rabbia gli montava dentro in un modo che conosceva. Si morse a sangue l’interno della guancia. Sentì il sapore del ferro sulla lingua. Ingoiò finché la memoria lo portò indietro nel tempo a quando guardava i velieri solcare le correnti poco più a largo dei fondali bassi. Il porto d’estate lasciò il posto ai passi di Armand sulle banchine, quando la chemioterapia lo costringeva ad appoggiarsi al braccio del figlio, alla pressione della sua mano ruvida che prima ancora lo aveva cacciato dal letto di Louise, alle domeniche in famiglia sull’isola di Thau, da Anna e Antonio. Si ricordò dell’odore della brughiera e delle viti a spalliera, del sole sparso sul pavimento della veranda. Gli adulti seduti sul ballatoio vicino la porta d’ingresso e i racconti dell’Italia che coprivano il sibilo del giradischi posato sul davanzale della finestra. Le corse sfrenate dei bambini attorno alla casa. Poi, all’improvviso, le urla sono quelle di Camille e di Jules, anni dopo. Albin vede aprirsi la porta della cucina, un giorno di maggio, al calare della notte. Sente le voci di Émilie e di Frida, una vicina. Fumano una sigaretta, sedute sul bordo del lavello. Gli lanciano un sorriso distratto quando passa davanti a loro, poi alzano di nuovo il tono al di sopra della cappa accesa a piena potenza. È Louise, ora, che parla forte per sovrastare il rumore delle auto, una mattina di scuola all’alba. È ancora in pigiama sotto la giacca a vento. Lascia Albin da Anna prima di andare al mercato; è in ritardo e lo tira per il braccio, affrettando il passo. Quando la porta si apre, le due donne si abbracciano forte.

 

Il sale, Jean-Baptiste Del Amo, traduzione di Sabrina Campolongo, Neo. Il sale dà sapore. Ma al tempo stesso secca, corrode, riarde, consuma. Fa parte della sua natura duplice, bifronte, come se fosse un Giano fatto di cloro e di sodio legati insieme. La cittadina francese di Sète è una scultura di salsedine, persino nelle facciate delle case, nelle facce delle persone. Lì vive Louise. Che è vedova. Ha tre figli grandi. Jonas, Albin, Fanny. Che vivono lontani. Che una sera invita a cena. Per riunirsi. Per chiarirsi. Attorno al tavolo si logora l’attesa del redde rationem. Giù la maschera, carte sul tavolo: amore, morte, vita, sesso, omosessualità, identità, malattia, memoria. È tutto talmente classico che sembra scritto domani, è tutto talmente semplice che raggiunge vette di straordinaria raffinatezza, con una freschezza che lascia di stucco – anzi, sarebbe forse proprio il caso di dire, pur senza voler far delle inutili e corrive celie, anzi, tutt’altro, di sale – e una potenza che mozza il fiato. Imperdibile.

 

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