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“Se non ti vedo non esisti”

levantesenontivedo_300dpidi Gabriele Ottaviani

Roma, casa dei miei sospiri. Atterrai in un mattino qualsiasi di una primavera qualsiasi e corsi verso l’autista che mi aspettava fuori dall’aeroporto di Fiumicino per accompagnarmi dritta a casa a fare pace con il mio jet-lag. Non fu facile attraversare la città senza pensare di voler ripartire ancora e ancora. Ritornare a casa significava fare i conti con le cose che avevo lasciato in sospeso: il mio matrimonio a testa in giù sarebbe presto morto con il sangue al cervello, se non avessi trovato la forza di rimetterlo in piedi. Non ero allenata a sostenere il peso di quel pensiero che gravava sul mio corpo magro, sulla mia mente stanca, sulla quale avevo infierito con l’amara conclusione di un incontro che ancora non sapevo spiegarmi. Avrei imbrattato l’Altare della Patria con la scritta FILIPPO MERDA, così di sicuro se ne sarebbe accorto, oppure avrei appeso un bello striscione fuori dal Colosseo, o avrei composto un mosaico di monetine sul fondo della fontana di Trevi a formare il mio insulto infantile. Lo avrebbe appreso dai giornali, dalle tv, sarebbe stata una notizia eclatante ascoltando la quale, finalmente, tutti si sarebbero fatti la domanda che mi stava torturando da ore: chi è Filippo? Ero in preda ai miei deliri emotivi, l’orgoglio più bucato di uno scolapasta, e attraversavo la mia Roma antica, riflessa sul finestrino dell’auto, con le guance rigate dal pentimento. Non si regalano i diamanti agli sconosciuti, specie se questi ti offrono solo le caramelle. Arrivai al 39 di via dei Pettinari e sentii l’odore di piscio della notte prima – qualche turista ubriaco, o forse un barbone incontinente. Il tanfo mi fece chiudere gli occhi, nel tentativo di oppormi al giramento di testa che mi pervase tutto a un tratto. Attraversato l’androne, scorsi quello che non avrei mai voluto vedere: l’ascensore fuori servizio. Presi il mio bagaglio e guardai le scale, i numerosissimi gradini da salire uno a uno, stretti stretti fino al secondo piano. Avrei preferito ricomprarmi tutto, piuttosto che sollevare fino a casa il peso del mio narcisismo. Mi armai di forza di volontà e riuscii a salvare le mie cose con movimenti da sollevatrice di pesi professionista. “Oh issa!” fino alla mia porta del cuore, quella che mi aveva vista crescere, uscire e rientrare di nascosto, quella che avevo sbattuto, chiuso con le chiavi appese dentro e allora chiama il fabbro, quella che aveva visto mio padre uscire per non tornare mai più, quella che aveva visto mia madre uscire per salvarsi dal dolore, per farsi aprire la porta di un’altra casa, di un nuovo uomo, che l’amava quasi come papà. Quella casa diventò mia e di Greta per tutti gli anni di fine liceo e università e, quando Greta si decise a farsi una vita tutta sua, la porta che la apriva divenne la porta di casa mia, poi mia e di Jacopo, poi ancora mia e molto poco di Jacopo. Frugai in borsa con entrambe le mani, mentre con gli occhi stretti a fessura fissavo un punto a caso dello spazio sopra di me, manco dovessi pescare i numeri del lotto, o le lettere dal sacchetto bordeaux di Scarabeo. Quando finalmente riuscii a entrare, nell’appartamento mi investì il silenzio. Immobile l’aria, scandita dal ticchettio dell’orologio del living e interrotta a tratti dal rumore lontano del frigorifero. Il resto era fermo e al posto in cui l’avevo lasciato. Ogni mio passo ruppe il riposo di quelle stanze e le pareti ripresero a parlarmi. «Sono a casa» dissi al mio muro di specchi, poi uno di loro mi mostrò il riflesso di un vaso di fiori gialli sul tavolo della cucina. Le margherite stavano lì da uno, forse due giorni, e tra loro si faceva spazio qualche tulipano color arancio. Un bigliettino mi raccomandava di avere cura di me e mi ricordava di amarmi.

Se non ti vedo non esisti, Levante, Rizzoli. È nota ai più col nome d’arte che rimanda all’oriente, ma in realtà si chiama Claudia Lagona, ha origini siciliane ma vive a Torino. È una cantautrice, e c’è un altro nome nel suo destino: Alfonso. Il titolo della hit che le ha fatto spiccare il volo. Da allora ha continuato a lavorare, non si è più fermata. E con pieno merito, perché è brava. Ora la sua voce incantevole, intensa e unica trova un’altra forma, un’altra declinazione, mantenendo però inalterate le caratteristiche di potenza e originalità: la parola scritta. Con questo romanzo racconta una storia credibile, bella, non banale, avvincente, profonda eppure semplice, senza autoreferenzialità. E anche in questa vicenda non mancano i nomi: in primo luogo quello di Anita, che ha tutto. Ma è comunque infelice, è preda di una inquietudine costante che la porta sempre all’errore, che non riesce nemmeno bene a spiegarsi o a spiegare. Errori che spesso e volentieri hanno a che fare con gli uomini: e per risolvere il problema non basta una passata di cimosa come sulle lavagne di scuola, bisogna guardarsi dentro… Da non perdere.

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