67. berlinale, Intervista

Julian Radlmaier e la forza delle utopie

untitleddi Gabriele Ottaviani

Giovanissimo, ha una cifra stilistica molto interessante e originale, e il suo film presentato qui alla Berlinale, Self-criticism of a bourgeois dog, ossia Autocritica di un cane borghese, tratta molti importanti temi, in primo luogo, naturlamente, l’aspetto politico del vivere in una comunità e del fare cinema. La conversazione che noi di Convenzionali abbiamo avuto con il simpatico, gentilissimo e brillante Julian Radlmaier è stata davvero interessante.

Il protagonista del suo film è un regista che incontra numerose difficoltà per vedere finanziato il suo film: è davvero così complicato trovare i soldi per fare cinema?

Assolutamente sì, io sono stato fortunato perché venendo dalla German Film and Television Academy di Berlino questo film è stato in pratica la mia tesi di laurea, ma normalmente nell’industria cinematografica tedesca se non ricorri magari a qualche amico o parente o non riesci a ingaggiare una star i soldi non si vedono, ed è difficile ottenere un budget anche ridotto come quello che abbiamo avuto noi in questo caso.

Perché fa cinema?

Beh non solo, come è normale e come probabilmente diciamo sempre tutti, per raccontare storie, ma perché mi piace l’idea di confrontare i miei pensieri e le mie opinioni con ciò che credono gli altri, trovare un punto di incontro, di contatto, imparare. Il cinema è un lavoro collettivo.

Ciò che conta di più dunque secondo lei anche nella nostra società così frenetica sono i rapporti umani.

Assolutamente, noi viviamo in una comunità, siamo animali sociali. Il mio film parla proprio di questo.

È molto interessante la modalità narrativa con cui lei riesce a coniugare realtà e simbolismo.

L’idea stessa dell’utopia. Non ho intenzione di insegnare niente a nessuno, di fare un trattato sul comunismo, sul marxismo o via discorrendo, a me interessava rappresentare una realtà e al tempo stesso, anche attraverso delle icone, una utopia, appunto. Tutti noi ci poniamo delle domande in merito alla politica, a come costruire una società più giusta ed egualitaria che porti rispetto a ognuno degli individui che ne fanno parte. D’altro canto ho voluto rappresentare attraverso la trasmutazione del protagonista in cane l’idea stessa della trasformazione, della necessaria evoluzione che ci deve contraddistinguere.

Nel suo film una delle idee centrali è quella della rivoluzione: cosa pensa che debba essere cambiato nella società? Lei ha scelto di rappresentare anche una categoria di lavoratori, i raccoglitori di frutta, il cui duro e indispensabile lavoro spesso è poco considerato e in Italia, dove è ancora tragicamente attuale la piaga del caporalato, viene svolto per lo più da migranti, che taluni accusano di sottrarre lavoro agli italiani quando in realtà di norma le persone di origine straniera vanno a ricoprire dei ruoli che chi è nato nel Bel Paese rifiuta.

Loro sono un simbolo, il bisogno è quello di continuare a impegnarci per costruire una società migliore, dialogando e mettendoci sempre in discussione.

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