67. berlinale, Intervista

Raja Amari e l’importanza del dialogo

Raja_Amari_official_photo_by_Cyril_Holtz.jpgdi Gabriele Ottaviani

Donna bellissima, regista sensibile e di grande bravura, persona di dolcezza, simpatia e profondità rare: parla un italiano perfetto, anche se dice di no. Raja Amari, qui a Berlino per Foreign body, è un altro splendido e fortunato incontro per noi di Convenzionali.

Perché fa cinema?

Perché l’ho sognato sin da bambina. Durante le vacanze estive guardavo Rai Uno, che in Tunisia si riceve tranquillamente, e vedevo un mare di film classici, sia quelli americani che quelli con Alberto Sordi. Poi a scuola c’era un cineclub, e ho avuto la conferma che volessi fare quello. È pura emozione.

Nel suo film ci sono molti temi importanti, delicati e interessanti: partiamo dal primo. Che significa per lei essere donna oggi nel mondo arabo?

Essere donna oggi nel mondo arabo significa essere qualcuno che deve confrontarsi di continuo con molte sfide, come quelle proposte dalla realtà sociale, dalla politica, dall’immigrazione, dall’Islam radicale. Ma a me interessava che questo rimanesse sullo sfondo, che fosse il background da cui partire per raccontare la storia, la parte più intima e più complessa dell’essere una donna, che vuole poter essere libera di assumersi le responsabilità dei propri desideri, vuole essere libera rispetto al suo corpo, alle relazioni con gli altri. Ho voluto raccontare nel film il percorso di due donne dalla loro prospettiva più personale.

Foreign body, ovvero corpo straniero: perché? Come considera il corpo delle donne la società? E che significa essere stranieri?

Certamente il titolo è in relazione al fenomeno dell’immigrazione, del trapianto in un altro territorio, ma ci si può sentire stranieri anche all’interno della propria cultura natia. L’estraneità deriva dal conflitto che viene generato quando le aspirazioni diverse di ognuno si ritrovano a convergere nello stesso ambito. Io ho voluto raccontare di tre personaggi in conflitto, due donne e un ragazzo: mentre le donne riescono a trovare un certo equilibrio, una certa armonia, percorrono una sorta di viaggio di liberazione, dall’altro lato la figura maschile incarna la paura. La sorella ha paura del fratello che si è radicalizzato, della violenza reale,  di cui porta i segni sul proprio corpo, e di quella che immagina che possa avvenire.

Come mai spesso il dialogo fra uomini e donne è difficile?

Perché c’è una diversa interpretazione della realtà, le donne hanno nel loro modo di vedere le cose e il mondo una maggiore interazione fra fantasia e realtà, si tratta di due dimensioni, che io ho voluto far vedere agli spettatori. Leila ha il suo modo di vivere la solitudine, la sua identità borghese, il suo mondo piccolo e rassicurante, Samia invece teme il fratello, i suoi comportamenti, ma allo stesso tempo sente netta l’esigenza di aprirsi al mondo, di superare barriere e confini, che spesso ci sono anche fra generazioni. È importante mostrare invece il cambiamento, cercare sempre un terreno comune, come del resto è per la nostra cultura per esempio il Mar Mediterraneo. Tutti i personaggi si trovano in un mondo in continua evoluzione, che non conoscono né capiscono ma che si sforzano di interpretare, ognuno a suo modo.

Quanto conta l’amore nella vita?

È difficile ma è indispensabile, è una splendida ed emozionante ricerca continua.

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