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“Pastor che a notte ombrosa nel bosco si perdé”: le prime pagine in anteprima assoluta

downloadLodovica San Guedoro, Felix Krull editore.

Poniamo che avvenne così, che non fu un sogno…

Camminavo per un viale alberato. Dai platani cadevano volteggiando le foglie,  per terra ce n’era già un lunghissimo tappeto. Mentre rasentavo il recinto di un piccolo giardino, si era sollevata, inattesa e improvvisa, una fragranza di terra umida e di fresca erba tagliata… così viva! Chiudendo gli occhi, avrei potuto credere che fosse primavera. Li avevo chiusi; petali rosei, le palpebre erano state per un attimo barriera alla legge del tempo. Era primavera. Un sussulto al cuore, un’irragionevole trepidazione… Ma proprio in quello stesso, stravagante momento, un altro odore, un sottile odore di mele fermentate era venuto a  ferirmi  le narici… Un attimo, quanto era bastato per avvertirmi che il tempo ha la stolta abitudine di andare solo in avanti e mai si concede inversioni. Avevo riaperto gli occhi con un capogiro come d’ebbrezza, stentando a capire dov’ero e che stagione era.  Era uno dei primi giorni di settembre.

L’autunno precedente si era rivelato un inverno, l’inverno una fredda e asciutta primavera, brillante di sole, a marzo e aprile avevo avuto l’impressione di vivere nuovamente in patria; a maggio e giugno le giornate serene avevano preso il sopravvento su quelle torbide e piovose. Ma, dalla seconda settimana di luglio fino al giorno precedente, dal cielo non s’era visto che cadere acqua, caderne in tutte le forme… Era andato perso, con sgomento e tristezza, il sole di luglio e di agosto, a colmare la misura del dolore e del dispetto, tutte le lune piene estive erano rimaste celate dietro cupe coltri di nuvole. Avevo dovuto sforzarmi di ricordare i cieli stellati dell’estate precedente per credere che i cieli stellati esistessero ancora e che io stessa esistessi.

A fare incontrare i nostri occhi e incrociare le nostre parole, ora lo dico, era stato un cane. A vedere però più audacemente, più spregiudicatamente, anche l’inizio grottesco della storia era il segno della sua eccezionalità, indicava che sarebbe stata una storia unica, senza raffronti…

Ero arrivata quasi all’altezza del Lotto Laden… Ma sul marciapiede un tipico caso di ostruzione mi aveva fatta fermare: passanti si assiepavano intorno a un cane… Un turbinìo di figure con volti scialbi, ottusi e comuni. Sempre le stesse disgustose scene! Quante volte non mi ero già irritata con cani e padroni! Pane quotidiano per me. E anche quella volta non avevo potuto farne a meno. Ero andata in cerca di un testimone con cui sfogare la mia indignazione e la mia pena. Lo facevo spesso, e raramente ne trovavo uno all’altezza. Ma, quella volta, invece, ce n’era uno, in piedi contro il muro del Lotto Laden, che avrebbe curiosamente mostrato di comprendere. Era molto giovane, ma non lo notai subito. Nel primo attimo fu solo una figura qualunque della strada. Si stava fabbricando una sigaretta. 

“Ha visto che sconcezza?”, avevo domandato, temendo che avrei sprecato fiato e indignazione.

In questo paese è difficilissimo che qualcuno si sbilanci ad ammettere i fatti. Fu nello stesso momento, credo, che dovetti notare come fosse molto giovane. I giovani mi repellono. Per me sono marziani. Più alienati dei loro genitori e molto più dei loro nonni.

“Cosa intende?”, aveva risposto, sorridendo un po’ incredulo.

 “Il capannello che sta circondando quel lercio cane che ha appena evacuato sulla striscia d’erba. Passanti casuali e padrona lo stanno vezzeggiando amorosamente insieme. Socializzazione di strada oggi…”

“Lei ce l’ha coi cani?”, aveva replicato, leggermente sorpreso, riponendo con calma la sigaretta in una scatoletta metallica.

“Con i padroni… Ormai non si può fare un passo senza incontrarne subito dieci… Questo quartiere, proprio perché così ricco di prati e di giardini, ne è infestato. E’ divenuto un solo cesso all’aperto… I cani in città sono un abominio.”

Mi era parso di avvertire in lui la solita resistenza e, come al solito, avevo reagito esasperando il tono, come per scuoterlo, per vincere un’ostinata resistenza.

“A me sembra ancora più schifoso lo spettacolo di quelli che la raccolgono col sacchetto di plastica,” aveva però risposto, imprevistamente, lui.

Nella mia anima, un sospiro di sollievo. Ce n’era almeno uno che non negava l’evidenza per principio. Mi rilassai di colpo e pensai che non fosse tedesco. Del resto non ne aveva l’aspetto.

“Non posso darle torto… E’ disgustoso. E poi…”

“…Scusi, lei come mai è qui?”

La diversione mi aveva confusa leggermente.

“Come? Devo fare acquisti in quel negozio là…”

“E poi che farà?”

 “Una passeggiata… Passeggio molto…”

Avevo indicato la traversa dai piccoli alberi coi frutti rossi che si apriva di fronte.

La sua mi era parsa la domanda indiscreta di uno senza fantasia, senza esperienza di libertà, e avevo avuto una sensazione spiacevole.

“Non vorrebbe passeggiare con me?”, aveva però continuato lui, cogliendomi del tutto di sorpresa. “Ma lei è sicuramente sposata…”

“Infatti. Ma non è per questo… Non sono contraria per principio, però…”

“Non ci sarebbe nulla di male, no?”

“Beh, no.”

E invece mi ero sentita irrigidire. Per la frase logora e per non so che altro motivo… 

“I suoi occhi sono così dolci…”

“Ohohò!”, avevo esclamato, nuovamente presa alla sprovvista, alzandoli al cielo con scherzosa teatralità, per dissimulare il piacere che quella, che avevo percepito come una banalità, mi aveva tuttavia procurato.

“Sì, davvero…”

I suoi si erano fatti per un attimo limpidi laghi azzurri. Per ora catturai con stupore insensibile la fuggevole impressione, che avrei rievocato in seguito così spesso, dandone interpretazioni diverse a seconda dell’intensità del mio sentimento o della logorante altalena di fantasmagorici pensieri in cui mi addentravo per stabilire se mi avesse amata davvero o no.

“Ma io sono molto molto più vecchia di lei!”

“Non importa. Lei ha un aspetto molto molto più giovane… Che età ha?”, aveva domandato avvicinando un po’ il viso a scrutarmi.

“Non posso dirglielo… Le dico solo che sono a Monaco dall’ottantacinque, vengo dall’Italia. Lei di sicuro non era ancora nato.”

“Io sono in Germania dal novantacinque. Ho trentasei anni. Provengo dalla Bosnia.”

“Li sa nascondere bene. Avrei detto venti o ventidue…”

“Mi dia il suo numero di telefono, così che ci si possa rivedere…”, aveva osservato, tirando le sue bizzarre conclusioni, senza mostrare sorpresa o compiacimento per quella che non era stata una lode.

“Ha carta e penna?”  

“No, purtroppo.”

“Neanch’io. Ma… aspetti…” Avevo frugato brevemente nel portafoglio. Non so mai se ne ho ancora. “Forse le posso dare questo biglietto da visita. C’è su il mio pseudonimo di scrittrice e anche il sito dell’attuale editore dei miei libri… Mi potrebbe scrivere una e-mail…”

Mi ero sentita vagamente potente. E, nello stesso tempo, avevo temuto di metterlo in soggezione.

Ma neanche l’ombra. La sua splendida ignoranza di fanciullo lo preservava da quel genere di sentimenti, come avrei capito in seguito.

“Lo farò senz’altro.”

Aveva proteso di slancio la mano.

“Ma mi prometta di non fare uso del numero di telefono, di non farne abuso, intendo…”, avevo avuto l’accortezza di aggiungere, trattenendo tra due dita il biglietto che si stava dileguando tra le sue mani.

“Prometto! Le scriverò e…”

“Potremo incontrarci per bere qualcosa in quel locale là, per esempio…”

“Per passeggiare insieme…”, aveva ribadito lui, come non udendo. “Ma ora la devo lasciare, devo correre al lavoro… Sta per passare il mio tram… Arrivederci!”

“Arrivederci…”

Era corso via, agile e sottile, trentaseienne…

Tra noi un abisso di anni, di esperienze, di cultura… Ma Amore, a quanto pare, è il più spericolato, fantastico funambolo e sa saltare i crepacci con grazia…

 

Avrei potuto non uscire, quel pomeriggio, non andare in quella strada, avrei potuto non vedere quella scena, non sentire il bisogno di fare un commento, avrei potuto non sollevare lo sguardo verso di lui e rivolgergli la parola… e niente sarebbe avvenuto… Avrei continuato a vivere serena, appagata di Arte e Natura, di me e di Hans, della mia casa, del mio balcone fiorito.

Ma sono uscita, sono andata in quella strada, a quell’ora, ho visto quella scena, ho sentito il bisogno di commentarla, ho rivolto la parola a lui, che era lì, precisamente in quell’istante, un attimo dopo non ci sarebbe stato più… E la storia non sarebbe iniziata.

Come da due sconosciuti, diversi in tutto, può scaturire un sogno di luce? E come tutto questo può perire di nuovo, tornare nell’ombra, precipitare sulla nera crosta terrestre? Come due esseri, avvicinatisi per un momento al sole, possono d’un tratto perdere di nuovo le ali e precipitare nell’ombra?

Mi era apparso davanti al Lotto Laden, e io ero apparsa a lui, il luogo simbolico, dove il Caso imbroglia i suoi fili… Cosa era accaduto dentro di lui perché potesse vedermi come mi vide? E io rispondergli come gli risposi? E decidere di incontrarci di nuovo, e incontrarci, incontrarci ancora, decine e decine di volte?…

Come una circostanza banale, e persino sordida, può servire a mettere in moto un’eterea visione irragiungibilmente affascinante e poetica? Come da un essere, immerso completamente nella prosa della vita, può nascere una farfalla dai colori meravigliosi?

Se non l’avessi incontrato, avrei vissuto intatta da ansie, senza turbamenti, senza tremori, tormenti e senza felicità celestiale. Pericolosa felicità, quella, che rapisce a quota troppo alta e a cui è giocoforza assuefarsi come a una droga, felicità che lascia straziata e deserta l’anima che la perde.

Me la ero meritata, la pace dello spirito, me la ero guadagnata, l’avevo strappata con lotte e travagli da stancare cento energumeni… E sette anni prima avevo giurato a me stessa che non sarei più, per nessuna ragione, caduta nella dipendenza da un altro. E non vi ero infatti caduta, fino a quel giorno…

 

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